Cassa chiama Banco

La Repubblica

In poco più di un mese, tra scambi in Borsa frenetici e crescenti, circa il 5 per cento del Banco di Roma ha cambiato di mano, facendo salire la quotazione al suo massimo storico, oltre le 2.800 lire

In poco più di un mese, tra scambi in Borsa frenetici e crescenti, circa il 5 per cento del Banco di Roma ha cambiato di mano, facendo salire la quotazione al suo massimo storico, oltre le 2.800 lire. E si sa che per Piazza Affari passa - secondo le stime più ottimistiche - non più della metà delle transazioni, perché il resto viene compensato da banche e grandi finanziarie al loro interno o scambiato fuori Borsa. C'è da aggiungere, infine, che il flottante è piuttosto ridotto, visto che l'azionista di maggioranza, l'Iri, ha dichiarato nell'assemblea tenutasi il mese scorso di detenere ben l'87,5% del capitale. Non è facile trovare una spiegazione a tutto questo. Il rapporto prezzo-utili, uno dei parametri che si usano per valutare quanto sia conveniente acquistare un'azione, per il Banco Roma è quasi tre volte più sfavorevole di quelli, per esempio, di Comit e Credit. Dividendi l'istituto non ne distribuisce dall'87, perché tutti gli utili vengono destinati a rafforzare un patrimonio che ne ha certamente bisogno. Né esiste la prospettiva di operazioni sul capitale che possano interessare gli investitori, almeno a breve scadenza, visto che da poco ne è stata portata a termine una per 800 miliardi e l'Iri non sembra intenzionato a tirar fuori altri soldi. Quando poi la quota di controllo è al livello che si è detto, l'ipotesi che qualcuno stia tentando di mettere insieme un pacco corsaro sfiora il ridicolo. La spiegazione non può che essere nelle voci che circolano in Borsa e anche in alcuni palazzi romani, voci sul progetto di unire il Banco con la Cassa di Risparmio di Roma, che, dopo aver comprato la maggioranza del Banco di Santo Spirito, anch'esso di proprietà dell'Iri, se le riuscisse anche questa mossa farebbe definitivamente il salto di dimensioni e di qualità per essere la banca dominante dell'Italia centrale. Spesso quello che si muove a Piazza Affari è guidato dai tam-tam che partono da Roma, dalle anticamere dei partiti o degli studi privati dei politici che contano. E' su queste voci che si muove la speculazione. E quei tam-tam, da un po' di tempo, dicono che la fusione tra Cassa e Banco Roma c'è la volontà politica di portarla avanti, una volontà politica che viene attribuita nientemeno che al presidente del Consiglio, Giulio Andreotti. La nuova banca dovrebbe infatti diventare un potente centro di aggregazione attorno al quale far ruotare tutta la finanza e l'economia bianche, o almeno quelle parti di esse più legate agli ambienti romani. E ci sono pochi dubbi che a guidarla sarebbe lo stesso team che ha conquistato il Santo Spirito, il direttore generale della Cassa Cesare Geronzi e il presidente Pellegrino Capaldo, entrambi di sicura fede democristiana. Di conferme ufficiali a queste voci, ovviamente, non ce n'è neanche l' ombra. Come non ce n'erano, d'altra parte, per la fusione Cassa di Roma-Santo Spirito finché non si arrivò ad ufficializzarla. E' un fatto però che il Banco Roma è da tempo al centro di molte ipotesi, perché ha bisogno di essere rilanciato con iniezioni di capitali che l'Iri non può e non vuole impegnare. E poi, nel sistema costituito dalle tre banche di interesse nazionale e da Mediobanca è tradizionalmente rimasto ai margini, più vicino a Roma che al grande capitale del Nord, ed è quindi più probabile che il suo destino si decida indipendentemente da quelli di Comit e Credit. Certo, il Banco Roma sembrerebbe un boccone davvero troppo grosso per un istituto già impegnato in una difficile fusione, visto che è più o meno grande come le altre due banche prese insieme. Il patrimonio più i fondi rischi è di quasi 3.700 miliardi, contro i 3.200 di Cassa e Santo Spirito, gli sportelli (fra Italia ed estero) sono 390 contro 408, la raccolta da clienti 23.000 miliardi contro 31.000, gli impieghi con clientela 26.500 miliardi contro 21.400, i dipendenti 13.700 contro 10.300. La Cassa poi ha già speso 800 miliardi per comprare la maggioranza del Santo Spirito (che ha anch'esso bisogno di essere ricapitalizzato) e si trova a pilotare una complessa riorganizzazione, perché le due banche hanno parecchie duplicazioni da eliminare e una eccedenza di personale stimata in 2.500 persone. Il Banco Roma, d' altra parte, ha i suoi problemi. Il patrimonio in cinque anni è poco meno che quadruplicato, dai 700 miliardi dell' 85 ai 2.500 dell' 89, mentre i crediti in sofferenza sono rimasti stabili, da 1.098 a 1.103 miliardi, a fronte di fondi rischi saliti da 766 a 1.163 miliardi; ma ci sono anche ben 1.600 miliardi di crediti ai paesi del Terzo Mondo che pesano non poco sui conti. La redditività è bassa, anche se nell' 89 è stato ottenuto un ottimo progresso, e l' istituto da qualche anno rimpingua i conti grazie alla vendita di partecipazioni, come il Banco di Roma per la Svizzera o quella in Mediobanca ceduta ai privati. Ora sarà la volta del Banco di Perugia, altri 130-150 miliardi che permetteranno di far sviluppare gli impieghi di circa 1.500 miliardi rispettando i ratios patrimoniali stabiliti da Bankitalia. Ma è evidente che non si può andare molto lontano quando si arriva a vendere la mobilia. Eppure il Banco Roma fa gola, è corteggiatissimo. Lo voleva l'Imi, tornato più volte alla carica per averlo, con progetti tanto particolareggiati e razionali sulla complementarietà dei due istituti quanto inutili di fronte al muro di gomma opposto dai partiti. Un matrimonio che avrebbe dato vita a un grande gruppo polifunzionale forte sia in Italia che all' estero e con una sovrapposizione minima di attività. E poi, l'Imi i soldi per ricapitalizzare il Banco li avrebbe: ha in cassa almeno 2.000 miliardi. Ma il progetto sembra definitivamente tramontato. Vogliono il Banco come socio anche tre grosse banche estere, la Commerzbank, uno dei tre colossi tedeschi, il Credit Lyonnais e il Banco Hispano Americano, con i quali all'inizio degli anni '70 è stato formato il gruppo Europartners. In questo caso non si tratterebbe di un' alternativa a progetti come quelli dell'Imi o della Cassa di Roma, ma di un significativo rafforzamento, se l'accordo, che è stato finora di collaborazione e cooperazione, si trasformerà in un legame più stretto grazie ad uno scambio di partecipazioni azionarie, dando vita ad un network forte di 3.000 sportelli in tutta Europa. L' operazione è stata frenata dalle perplessità di tedeschi e spagnoli per la proprietà pubblica del Banco Roma (la stessa situazione, del resto, del Lyonnais). Ma alla fine proprio con gli spagnoli si è arrivati ad una proposta concreta che prevede l'acquisto incrociato del 2% del capitale per arrivare poi fino al 5. E dato che tra loro e la Commerz lo scambio c'è già stato, anzi i tedeschi sono l' azionista di riferimento dell'Hispano con il 12% circa, le perplessità sembrerebbero superate. Sempre che l'Iri approvi (il presidente Franco Nobili, che tra l' altro è stato sei anni consigliere del Banco, è fortemente favorevole; i partiti, chissà), tutto questo diventerebbe un importante atout per l'internazionalizzazione dell' istituto, che peraltro è tra quelli italiani con una maggiore tradizione operativa sull' estero. Se a ciò si aggiunge la rete di sportelli diffusa su tutto il territorio nazionale e un buon settore parabancario e per la gestione del risparmio, si capisce perché queste caratteristiche facciano premio sui problemi, che i corteggiatori considerano evidentemente di non difficile soluzione. Intanto in Piazza Affari si continua a scommettere sul titolo. Alla speculazione, si sa, interessa poco della razionalità dell' una o l'altra soluzione a lungo termine. Quello che importa è che nel breve si muova qualcosa che permetta comunque di realizzare un buon guadagno.