"Identikit Europeo per la Banca di Roma" di Mario Salvatorelli

Risparmio Oggi -Rivista Bimestrale della Banca di Roma - Settembre Ottobre 1992

"Stare sul mercato con successo": si rispecchia in questo slogan del governatore della Banca d'Italia, Ciampi, l'obiettivo dell'Istituto del gruppo Cassa di Risparmio di Roma nato da Banco S. Spirito e Banco di Roma

"Stare sul mercato con successo". Potrebb'essere il moto operativo del nostro sistema del credito che, "nel volgere degli anni Ottanta ha subito una vera trasformazione, riflessa nella configurazione dei bilanci e recentemente estesasi alll'organizzazione, all'articolazione in gruppi e alla struttura dell'intero settore". Tanto indovinato, questo slogan, che dovrebbe avere buone probabilità di diventare vincente. L'ha riconosciuto, implicitamente, Carlo A. Ciampi, nelle "Considerazioni finali" lette il 20 maggio scorso all'Assemblea della Banca d'Italia (e al Gotha dell'imprenditoria italiana), aggiungendo, alle sue parole, riportate qui sopra tra virgolette, la constatazione che "i progressi realizzati consentono di guardare all'imminente scadenza del 1 gennaio 1993 - allorché sarà del tutto libera la prestazione dei servizi bancari e finanziari nella Comunità europea - come a un confronto difficile, ma non impari, per il nostro sistema creditizio. Si può scorgere in queste parole, e senza sforzare troppo la vista, un identikit della nuova Banca di Roma, che il 1 agosto 1992 scaturisce - come Minerva dal cervello di Giove (paragone che si regge sulla gran dignità degli dei chiamati in causa) - dalla fusione del nuovo Banco di Santo Spirito e del vecchio Banco di Roma, per incorporazione del secondo nel primo, il quale, a sua volta, era stato "rifondato" nella primavera del 1989 con l'incorporazione della Cassa di Risparmio di Roma, che ne era diventata proprietaria acquisendone il pacchetto azionario di controllo dall'Iri.
La fusione tra questi tre "enti creditizi" (per usare la nuova dizione che, ha annunciato Ciampi, in un quadro europeo unificherà quelle di azienda di credito e di Istituto di credito speciale), ha caratterizzato negli ultimi quattro anni il sistema del credito in Italia. Com'era naturale questa rivista se n'è occupata ampiamente a suo tempo, ma vorremmo ricordarne brevemente le tappe principali, in questo momento culminante dell'operazione. Tutto ha inizio nel maggio del 1988, quando l'Iri manifesta la volontà di cedere il pacchetto di controllo del Banco di Spirito Santo, e si fa avanti per acquistarlo la Cassa di Risparmio di Roma ottenuto l'assenso della Banca d'Italia, in autunno, e del ministro del Tesoro, nel gennaio seguente, il 19 aprile '91 il contratto di cessione è firmato dai due presidenti, Romano Prodi per l'Iri e Pellegrino Capaldo, per la Cassa che, così, dal 20 aprile è proprietaria del 51% del capitale azionario del Banco e in maggio ne assume la gestione, per la quale il nuovo Consiglio di Amministrazione nomina amministratore delegato Cesare Geronzi, direttore generale della Cassa.
L'anno seguente, il 25 marzo '90, il presidente della Cassa, Pellegrino Capaldo, porta all'approvazione una modifica dello Statuto che consente alla "Fondazione Cassa di Risparmio di Roma l'esercizio del credito anche attraverso partecipazioni di maggioranza in altre aziende bancarie, e ciò significa che la Cassa di Risparmio potrà fondere la propria azienda bancaria con il Banco di Santo Spirito. Cosa che avviene nel febbraio '91, mediante conferimento dell'azienda Cassa di Risparmio di Roma nel Banco. Il 26 stesso mese vengono nominati gli organi direttivi del nuovo Santo Spirito, con Cesare Geronzi Direttore Generale, e il 1 marzo la fusione diventa operante.
Il 28 marzo, attraverso il Banco, il gruppo Cassa di Risparmio di Roma, per la prima volta, viene quotato in Borsa.
Ma il ministro del Tesoro, che allora era l'on. Giuliano Amato, aveva subordinato il suo ok alla cessione, da parte dell'Iri, del Banco di Santo Spirito alla destinazione del ricavato per la ricapitalizzazione, secondo le direttive della Banca d'Italia, del Banco di Roma, una delle tre banche bin (banche d'interesse nazionale), anch'essa proprietà dell'Iri. Era un segno discreto, ma ufficiale e da non potersi ignorare, che la fusione Cassa di Risparmio-Banco di Santo Spirito non era destinata a rimanere una partita a due. E il terzo partner, nell'ottobre '90, lascia le quinte e viene alla ribalta, quando l'Iri approva la nascita di una futura Banca di Roma, e la costituzione di una holding che sarà controllata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Roma per il 65% e dall'Iri per il 35%. Le tappe dell'operazione si accelerano: il 17 novembre il progetto della nuova banca è approvato dal ministro per le Partecipazioni Statali, allora il compianto Franco Piga, e il 30 dello stesso mese la Cassa di Roma e l'Iri firmano l'accordo per la holding, che viene costituita il 28 febbraio '91, si chiamerà, provvisoriamente, S.I.Pa.B. (Società italiana partecipazioni bancarie), e avrà alla guida Capaldo (Presidente), Zurzolo (vice-presidente) e Geronzi (amministratore delegato). In luglio la S.I.Pa.B. tiene la prima assemblea e il 10 ottobre vara il piano di fusione dei due Banchi, di Santo Spirito e di Roma, e assegna le cariche operative del Gruppo: Pellegrino Capaldo Presidente, Cesare Geronzi Direttore Generale e Antonio Nottola Condirettore generale, che le manterranno quando la S.I.Pa.B. muterà il suo nome in quello di Cassa di Risparmio Holding S.p.A.. Il 2 dicembre i Consigli di Amministrazione del Banco di Santo Spirito e del Banco di Roma decidono di avviare l'iter procedurale per la fusione, il 26 febbraio 1992 approvano il progetto e indicono le assemblee straordinarie che il 30 aprile approvano la fusione con l'incorporazione del Banco di Roma nel Banco di Santo Spirito, per dare vita alla nuova Banca di Roma.
Il 1 agosto 19992 nasce, con la Banca di Roma, una delle prime 15 banche d'Europa e tra le prime 40 al mondo, pronta a un confronto difficile, ma non impari, nella nuova Europa senza frontiere, come ha detto Carlo A. Ciampi, un mese esatto prima della delibera delle due assemblee istitutrici del nuovo ente creditizio. Una banca con attività per 140 mila miliardi, una raccolta di 107 mila, impieghi per 86 mila, un patrimonio netto per 10 mila, un margine lordo di gestione di 1.700 miliardi (dati al 31 dicembre 1991). Una banca che entro il '92 sarà operante con 24 mila dipendenti, attraverso 1.150 sportelli sul territorio nazionale, in 18 Paesi con 17 filiali, 9 uffici di rappresentanza e 6 filiazioni. All'inizio di quest'anno, il "Financial Times", nel commentare la super-fusione romana con il titolo: "Il sistema bancario italiano trova una nuova forza", osservava che "le tre banche riunite legano insieme": la Cassa di Risparmio di Roma è concentrata nel Lazio, il Banco di Santo Spirito, oltre a essere attivo localmente, ha filiali nel resto del Paese, il Banco di Roma "non ha particolari radici locali, ma è dotato di una rete nazionale ed estera di rilevanza considerevole", e metterà questa sua esperienza internazionale a disposizione dei partners. Il giornale britannico cita, poi, le parole di Cesare Geronzi, secondo il quale alle origini dell'operazione non c'era il proposito, e neppure il pensiero di "creare la più grande banca italiana, ma, piuttosto, di comporre un'unità capace di combattere con la concorrenza crescente, di difendere la propria quota di mercato per, poi, andare avanti e crescere".
Viene in mente, leggendo queste parole, ciè che doveva dire, qualche mese dopo, il 24 giugno, all'assemblea dell'Associazione bancaria italiana, il nuovo Presidente, Tancredi Bianchi, e cioè che oggi "il concetto di dimensione fondato sulle quantità economiche non pare più in grado di offrire una valida classificazione delle dimensioni aziendali convenienti e di equilibrio. Migliore riferimento offre il concetto di quota di mercato in rapporto alla zona di azione. Le banche, dunque, sarebbero grandi o piccole in rapporto all'incidenza rispettiva sul mercato, nella loro area di attività", piuttosto che all'ammontare dei loro depositi, della loro raccolta, e così via. Un parere, questo di Tancredi Bianchi, che ben si addice alla Banca di Roma, anche se esso si aggiunge, in questo caso, alla valutazione in base alle dimensioni "economiche", che la pongono tra i maggiori enti creditizi italiani, per alcune di esse il primo posto, e, come commentava Haig Simonian sul "Financial Times", "ha ancora ampi spazi per una crescita organica". E aggiungeva, che "Geronzi, nonostante il fatto che la Banca di Roma avrà una posizione dominante nell'Italia Centrale, vorrebbe estendere i rapporti più  a Nord, fino alla ricca Emilia Romagna". "Ovviamente - precisa Geronzi nell'intervista all'importante quotidiano finanziario - la strategia di assumere partecipazioni di minoranza nelle casse di risparmio limitrofe è un processo graduale, ma abbiamo già aperto molti discorsi con alcune aziende di credito". Una strategia "nazionale", perchè, all'estero, essa si può capovolgere in un'assunzione di partecipazioni di maggioranza, come dichiarava, a fine febbraio, lo stesso Geronzi, sul "Cahiers de l'Agefi". Rispondendo a una domanda sulle prossime mosse all'estero, egli rivelava l'intenzione di cercarvi "partecipazioni, se possibile di maggioranza, in banche locali". E, quasi galantemente, data che si trattava di un'intervistatrice, la signora Hélène Vissiere, precisava: "la Banca di Roma prevede di armonizzare la sua presenza in Francia, e di svilupparla in Spagna".
In quell'intervista, che partiva dall'attribuire alla Banca di Roma il titolo di "pioniera delle fusioni all'italiana", non si sa bene perché (forse perchè Cesare Geronzi, come ricorda l'intervistatrice, ha passato vent'anni in Banca d'Italia?), alla solita domanda, e cioè quale strategia abbia guidato la fusione, Geronzi risponde: "Anzitutto è stata una questione di geografia. Le tre banche si trovano a Roma e, per ridurre i problemi organizzativi, tre sedi nella stessa città vanno meglio". Poi, dopo questa risposta, che non si sa se definire ironica, o piuttosto bonaria, Geronzi aggiunge: "Ma, poi, si tratta di strategia vera e propria. Il Santo Spirito, ben piantato nel Lazio, soprattutto dopo la fusione con la Cassa di Roma, ci permetterà di rafforzare la nostra posizione regionale, alla quale il Banco di Roma assicura una complementarietà con la sua buona presenza sul territorio nazionale e all'estero".
Come si vede, Cesare Geronzi (in particolare, direi, con i giornalisti stranieri), non abbandona la sua tradizione, come si può dire "localistica", se non per qualche rapida concessione, su domanda all'estero. Nemmeno un accenno alle partecipazioni che la Cassa di Risparmio di Roma holding S.p.A., attraverso il Banco di Santo Spirito e il Banco di Roma, possiede in Italia e all'estero, in una cinquantina di società bancarie, finanziarie e strumentali, anche da prima del 1 agosto 1992, sono tutte di controllo, quando non sono al 100 per cento del capitale. Esse rappresentano, pertanto, un gruppo che potrebbe, e ben a ragione, fregiarsi dell'insegna "All bank", la banca, totale, che svolge tutte le attività del credito e parabancarie, dal fondo comune all'amministrazione di patrimoni, mobiliari e immobiliari, dal factoring al leasing, alle assicurazioni. Non per nulla la prima realizzazione operativa, del Gruppo Cassa di Risparmio di Roma è stata la Roma Sim, costituita nel settembre 1991, e che già nel primo trimestre del '92 aveva intermediato oltre 5 mila miliardi di lire, attraverso 60 mila operazioni, acquisendo una quota pari al 10 per cento del mercato azionario italiano. E, il 21 maggio scorso, annunciando per il 1 agosto la nascita della Banca di Roma, comunicava di aver definito, con il gruppo Ina-Assitalia, Praevidentia, "il quadro di un'ampia collaborazione commerciale, volta a utilizzare al meglio e a integrare le potenzialità offerte dalla rete di sportelli bancari da una parte e dalla rete di Agenti Generali dell'Ina-Assitalia dall'altra".
Tutto questo, perfettamente in linea con la seconda direttiva comunitaria riguardante il settore bancario, come ricordava anche il Governatore Ciampi nelle sue "Considerazioni" del 30 maggio scorso, e cioè: "saranno ulteriormente allentati i vincoli nelle operazioni di investimento e di raccolta dei fondi, e saranno rimesse alle singole imprese bancarie le scelte sulla specializzazione operativa e temporale, sull'articolazione aziendale e di gruppo". Ma, Cesare Geronzi, accetta con una certa fatica la definizione di "polifunzionale" per il Gruppo di cui è Direttore Generale. Non c'è dubbio, riconosce, che si tratti di un gruppo a tutto tondo, per così dire. Ma la sua aspirazione sarebbe di ri-accentrate tutte le attività nella banca. In definitiva, è la banca la "grande mamma" che le abbracciare e stringe a sé tutte, sia pure attraverso la holding. Banca di Roma vorremmo chiamarla "mamma Roma". E' un bel nom, ma non si può.