Geronzi alla campagna d'Africa

La Repubblica

Vent'anni dopo la storia si ripete. Nel 1977 l'accordo per l'entrata della Lybian arab foreign bank nel capitale della Fiat venne ratificato in uno storico incontro tra Enrico Cuccia e i negoziatori libici a Roma

Milano - Vent'anni dopo la storia si ripete. Nel 1977 l'accordo per l'entrata della Lybian arab foreign bank nel capitale della Fiat venne ratificato in uno storico incontro tra Enrico Cuccia e i negoziatori libici a Roma, a un tavolo del ristorante Ranieri, in via Mario de' Fiori. Giovedì 30 ottobre l'evento si è ripetuto a Mediobanca, nella sede milanese di via Filodrammatici. Erano presenti, oltre a Cuccia e all' amministratore delegato della banca, Vincenzo Maranghi, Cesare Romiti (il presidente della Fiat, artefice dell'impegno della Toro nella ricapitalizzazione della Banca di Roma) e Abdullah Saudi, il banchiere libico protagonista sia dell'operazione Fiat sia delle trattative per la partecipazione dei libici al rilancio del colosso bancario romano. L'unica assenza di spicco è stata quella di Rejeb Misellati, che fu tra i protagonisti del grande accordo sulla Fiat e che ora si gode una pensione dorata alle porte di Tripoli (era molto vicino a Jalloud, per lungo tempo vice di Gheddafi e successivamente emarginato). Il posto di Misellati è stato preso da Taher Jehaimi, governatore della Central bank of Lybia, nuovo ambasciatore di Gheddafi sul delicato terreno degli investimenti finanziari della Giamahiriah libica. Esattamente come vent'anni fa l'atto finale è stato sottoscritto in un clima di assoluta fiducia e collaborazione.
Al cospetto, questa volta, del presidente della Banca di Roma, Cesare Geronzi. Come spesso accade in casi analoghi, la verità ufficiale concordata dai protagonisti dell'intesa è un po' reticente. Fino all'ultimo Geronzi ha dichiarato di non essere al corrente di alcun accordo strategico con i libici. Poi ha specificato di non escludere eventuali acquisti di azioni sul mercato da parte della Lybian arab foreign bank. Di fatto l'investimento dei libici si presenta come di lunga durata e, ancora una volta, risulta la carta vincente giocata da Mediobanca per trovare una via di uscita in situazioni d' emergenza. In realtà il rapporto tra Cuccia e gli uomini della finanza libica è relativamente recente. Anzi, il mezzo secolo di storia dell' istituto di via Filodrammatici si può spaccare esattamente in due. Fino all'inizio degli anni Settanta ha prevalso la linea di estrema diffidenza verso tutto quanto aveva qualcosa a che vedere con il mondo arabo. Erano tempi in cui le attività internazionali facevano capo a un distinto signore, Tito Trinca, molto vicino a Cuccia e responsabile, tra l'altro, delle attività d'Intersomer, la partecipata molto attiva nelle operazioni all'estero.
Trinca è sempre stato assai diffidente nei confronti dei Paesi arabi e ha avuto gioco facile perché l' alleato tradizionale di Mediobanca è la banca d' affari franco-americana Lazard, grande crocevia della finanza ebraica. Poi, proprio in corrispondenza con l' uscita di Trinca, nella prima metà degli anni Settanta, è maturata la svolta grazie al ruolo giocato da due personaggi: Mario Barone, ai tempi amministratore delegato del Banco di Roma, molto vicino a Giulio Andreotti, e Guido Carli, l' ex governatore della Banca d' Italia. Fu Barone, che era consigliere di amministrazione della Mediobanca nonché creatore della rete estera del Banco di Roma, che presentò Cuccia a Rejeb Misellati. L' occasione fu la fondazione dell' Ubae, avamposto con sede a Roma della finanza libica in Italia. Tra gli azionisti dell' Ubae, oltre al Banco di Roma, si contavano centri importanti del potere economico: la Fiat (rappresentata da Francesco Paolo Mattioli), l' Eni (quella di Florio Fiorini), Stet, Bnl, Stet.
E numero uno dell' Ubae, con il pieno appoggio di Carli, venne incoronato il regista delle trattative sulla Banca di Roma concluse il 30 ottobre scorso: Abdullah Saudi, "l' unico libico che gioca a golf", come venne subito definito in Mediobanca. Da quel giorno cominciò una fitta rete di relazioni tra Cuccia e Maranghi da una parte e l' accoppiata Saudi-Misellati dall' altra. Tanto che Misellati, quando è di passaggio a Milano, non manca mai di andarlo a trovare. In particolare negli anni in cui è stato alla guida della finanza libica gli ha sempre chiesto consigli sulla diversificazione degli investimenti e sull' andamento dei mercati internazionali (fino a quando non è stato messo da parte a causa dei rapporti fiduciari con Jalloud, caduto in disgrazia con Gheddafi). Finora, superate le diffidenze iniziali dovute all' appartenenza a mondi diversi, il rapporto ha funzionato senza imprevisti o incomprensioni. Così ai libici è risultato naturale accettare l' impegno verbale, ma solenne, di far loro posto nel consiglio di amministrazione della Banca di Roma. Lo hanno garantito Maranghi, Romiti e lo stesso Cuccia. Ma ciò non dovrebbe avvenire subito. Il motivo è quasi ovvio. L' aumento di capitale del gruppo si presenta come un' operazione complessa, che soltanto la regia di Mediobanca permetterà di condurre in porto senza troppi problemi. La volontà, di conseguenza, è di evitare qualsiasi difficoltà aggiuntiva e certamente la presenza massiccia dei libici può creare qualche difficoltà a livello internazionale con gli investitori americani (tra l' altro la Banca di Roma ha ereditato dal Banco di Roma una presenza significativa in Nord America). Ecco perché i libici, che rilevano il 5% del capitale a cui va sommato l' 1% dell' Abu Dhabi investment authority, entreranno in consiglio soltanto in seconda battuta. E, con ogni probabilità, il loro rappresentante sarà Abdullah Saudi, molto stimato nel mondo della finanza internazionale ma da tempo nella lista nera degli americani.