Banca Roma, il gruppo si consolida

Il Messaggero

Utili tutti a riserva, niente aumento di capitale. Bna, perdite pesanti. Approvati i bilanci ’94. Capaldo esclude l’ingresso nel capitale Ina e rilancia la formula Stet per Eni ed Enel.

Roma - C’è un utile netto, 41 miliardi circa contro i 110 del ’93; ma visto che i profitti dell’esercizio ’94 della Banca di Roma verranno interamente ascritti alle riserve straordinarie. Non ci sarà aumento di capitale, però: è escluso sia a breve che a medio termine, ovviamente a causa dei rebound indesiderati in Borsa. La Banca è pronta intanto a dar battaglia, e ha già presentato ricorso, sulla concessione per i servizi di esattoria a Roma che – per dieci anni, giro da 70mila miliardi – è stata assegnata dal ministero delle Finanze al Monte dei Paschi.
La megabanca capitolina, dopo l’offerta per la Stet, si ripropone poi (riproponendo insieme ai suoi partner la via dell’acquisto a fermo) per le altre privatizzazioni super: Enel ed Eni. A proposito dell’Ina, invece, non c’è interesse per un «ingresso azionario nel “nucleo stabile” dell’assicurazione», con cui si preferisce mantenere solo «un rapporto commerciale», dopo le intese di due anni fa e le difficoltà emerse nel corso dell’iter verso il mercato. Le acquisizioni, infine: quelle di Bna e Banca Mediterranea (costo rispettivo, 1.000 e 290 miliardi) pur se certo rese impegnative, specie nel primo caso, dalle situazioni di bilancio delle neo-controllate, hanno – è stato ribadito – il duplice effetto di eliminare per la Banca un concorrente “in casa” (la Bna, appunto) e riequilibrare, ampliandola, la distribuzione di sportelli del gruppo fuori dell’area tradizionale, delineando forti sviluppi futuri. Sono queste le linee principali esposte agli azionisti ieri, in sede di approvazione del bilancio, dal presidente Pellegrino Capaldo, poi confermato – ma non c’era dubbio in proposito – fino a tutto il ’97, insieme all’amministratore Cesare Geronzi, agli altri consiglieri e ai sindaci uscenti. Quanto alle cifre, esse parlano di raccolta sui 126.000 miliardi (+5,9%) impieghi per 103.000(+7,8%), sofferenze per 4.522 miliardi (6,4% degli impieghi con clienti) e incagli a 4.649. L’utile lordo è 1.027 miliardi; il margine d’interesse scende del 7,5% a 3.470 miliardi, ed è tutto ascrivibile all’effetto dei tassi sull’operatività svolta in Italia. Il prestito obbligazionario di 1.250 miliardi, dice la Banca, ha trovato «favorevole accoglienza nel mercato». Il portafoglio titoli però – 25.000 miliardi – ha rendimenti in flessione, e il margine d’intermediazione da negoziazione titoli arretra del 13%. Buono invece l’andamento dei costi di struttura (+5,3%) che ha assorbito l’ampliamento della rete e, insieme, i costi d’un programma di esodi agevolati per oltre 800 unità. Uno snellimento che, ha detto Capaldo, pur se con sistemi “morbidi”, non è ancora da ritenersi concluso (suscitando però un’immediata reazione sindacale, richieste di colloqui urgenti e un sit-in).
Ben altri numeri per la neoacquisita Bna, controllata attraverso Bonifiche Siele: la perdita di 633 miliardi registrata nel bilancio ’94, pure approvato ieri, ha «eroso significativamente il patrimonio netto della Banca, portando i coefficienti di solvibilità sotto i limiti fissati da Bankitalia». Lo spiega la relazione di certificazione del bilancio stesso; e tocca ovviamente al nuovo azionista il rapido impiego di rimedi: mezzi freschi, cioè, o ridimensionamento, ipotesi questa poco credibile. I nuovi amministratori, nominati ieri, che pongono fine all’era Auletta e aprono quella «Banca di Roma» (sette consiglieri indicati, incluso Paolo Accorinti, neo presidente) non avranno problemi immediati per i coefficienti sotto ai limiti; ma presto, ha detto Gustavo Greco –confermato come amministratore – andrà inviato a Bankitalia «un piano per i rientro nei ratios, certo da concordare col nuovo azionista».
Proprio l’ingresso nel nuovo megagruppo capitolino rappresenta comunque la cornice certo rassicurante in cui vanno inquadrate le difficoltà attuali di Bna, che accusa crediti in sofferenza per 973.5 miliardi (sarebbero stati 1.707 senza rettifiche di valore) e 609 di incagli, e ammette che anche l’avvio del ’95 non è positivo: «Malgrado le pesanti perdite, peraltro già contabilizzate nella valutazione d’acquisto – ha detto Capaldo – Bna è sana e il livello di margine operativo lo dimostra. Sappiamo quanto valgono le due banche acquisite e che il loro “rosso” è episodico». Per Bna, ha ribadito infine Capaldo, non ci sarà Opa sull’Istituto; malgrado le polemiche che (e l’ovvio voto contrario, dopo istanza respinta per escludere dal voto la Banca di Roma) dei piccoli azionisti, privati dei benefici dell’offerta (limitata alla controllante Siele), già autori di ricorso alla Consob e ora attori d’una causa civile (si discuterà il 2 maggio) contro Auletta Armenise. Non è questa l’unica polemica contro il conte; un’altra violenta, è partita dall’ex amministratore delegato Antonio Cassella: «In Bna non si voleva “rosso” nel bilancio ’93 – ha detto – e quando lo chiusi in perdita di 61 miliardi e accantonamenti per 200, di cui 25 prudenziali, non ci si rassegnava; venni addirittura chiamato dall’organo di vigilanza. Cui, però, dimostrai che il bilancio era del tutto corretto. Altro che “nuovi criteri di valutazione”, com’è scritto a margine del bilancio ’94, approvato da un consiglio per 17 ventesimi identico ad allora».