Del vecchio su Generali. "Manager senza alibi"

La Stampa

Il patron di Luxottica resterà azionista della compagnia con poco meno del 2%. "Le dimissioni? Non c'entra Geronzi, che non ha potere"


MILANO
Cesare Geronzi non c'entra con l'uscita di Leonardo Del Vecchio dalle Generali, visto che «ormai è senza potere, non ha più potere». mentre il management –guidato dal Ceo Giovanni Perissinotto – «è ormai diventato il capoazienda. Non è che possono scaricare la colpa sugli altri. Hanno il potere e la possibilità di fare quello che decidono di fare». L'analisi sugli assetti di potere nella prima compagnia assicurativa italiana – ormai una sorta di rubrica quotidiana nel mondo della finanza – spetta questa volta a un nome che ha tutti i titoli per pronunciarsi come Leonardo Del Vecchio, l'imprenditore che si è appena dimesso dal consiglio delle Generali ma ne resta grande azionista. E le sue parole aggiungeranno prevedibilmente altra legna a un fuoco – quello delle polemiche e degli scontri sulla compagnia –  che ormai arde scoppiettante. In vista del prossimo cda, il 16 marzo, è in via di convocazione per metà delle prossima settimana anche un comitato esecutivo dove si potrebbero affrontare gli ultimi temi.
Ricapitoliamo, visto che ce n'è bisogno. C'è un consigliere indipendente come Diego Della Valle che ha preso di mira il «metodo Geronzi», fatto di esternazioni ripetute del presidente sulle strategie della compagnia e di affermazioni che vorrebbero il Leone operatore «di sistema» più che di mercato; la partita s'intreccia con quella su Rcs e in Generali Della Valle chiede «decisioni concrete che mettano fine a questo operato» del presidente. C'è lo stesso Geronzi che soavemente nega qualsiasi dissidio e soavemente continua ad esternare a piacer suo, provocando incalzanti repliche di Della Valle. C'è il Ceo Giovanni Perissinotto, al quale nello scorso aprile i soci hanno dato pieni poteri –  e dal quale si attendono risultati –  che si trova impegnato nel braccio di ferro, beninteso sempre con il sorriso sulle labbra, con il presidente. Poi ci sono i grandi soci, a parole tutti convinti che la governance trovata per il Leone sia efficace e che si debba abbassare i toni per far funzionare al meglio la compagnia. Di fatto anche loro non sono unanimi. Detto un po' brutalmente c'è chi sostiene che per far correre il management ci voglia la carota dei poteri concessi – è la posizione di Mediobanca, ma anche del gruppo De Agostini –  e chi alla luce dei risultati della compagnia vorrebbe invece usare un po' di più il bastone, come Vincent Bolloré.
Francesco Gaetano Caltagirone si attribuisce una posizione intermedia. Le posizioni in queste circostanze, possono anche somigliare a scelte di campo. Il patron di Luxottica resta – ha confermato ieri –  almeno per ora azionista delle Generali con una quota sotto il 2%, anche perché perde circa 350 milioni su un investimento di
700. «Aspetterò che salga uri po', sperando ... », ha detto ieri.
Quando la scorsa settimana Del Vecchio si è dimesso dal cda spiegando che si era reso conto di non poter incidere sulle strategie del Leone, l'interpretazione prevalente era stata che lo facesse in polemica con lo stesso Geronzi, reduce da un'esternazione sul Financial Times che aveva irritato molti soci. Adesso, rispondendo alle domande dei cronisti, Del Vecchio dice che «no, non c'entra niente Geronzi, anche perché non è che conti molto ormai» e pare scaricare la responsabilità della sua uscita sui manager operativi.
Fonti a lui vicine, però, continuano a sostenere che anche l'intervista del presidente delle Generali al Financial Times gli aveva causato grande irritazione.
 [F. MAN.]