Utile Generali a prova di crisi

Il Sole 24 Ore

A settembre i profitti balzano a 1,3 miliardi (+47%) – Titolo giù del 2,5%

IL PORTAFOGLIO. Cresciuto dell’8% (a 37,2 miliardi): si distinguono Italia (+15,4%) e Germania (+12,9%) e, nei paesi emergenti, Cina e Messico.
Le incertezze dell'economia e dei mercati finanziari non frenano la marcia delle Generali. Il cda del gruppo triestino ha approvato ieri i conti al 30 settembre che si sono chiusi con un utile netto di 1,3 miliardi (+46,8%) superiore di qualche milione a quello realizzato nel corso dell'intero 2009. I guadagni del gruppo vengono soprattutto dal settore vita, i cui risultati operativi (2,3 miliardi, +25%) rappresentano oltre il 70% di quelli complessivi. In un portafoglio di polizze cresciuto dell'8% (a 37,2 miliardi) si distingue soprattutto l'Italia (+15,4%) e la Germania (+12,9%) e, nei paesi emergenti, la Cina e il Messico.
Nella penisola in particolare – ha tenuto a sottolineare il Chief financial officer Raffaele Agrusti incontrando gli analisti finanziari - la raccolta netta del gruppo si è incrementata di ben 30 miliardi dal gennaio del 2009 assorbendo completamente e senza affanni gli effetti negativi della rottura della joint venture con Intesa San Paolo (Intesa Vita) che rappresentava un formidabile volano di nuovi premi.
Nei rami danni le Generali subiscono maggiormente gli effetti della crisi economica, con una raccolta sostanzialmente stagnante a 16,6 miliardi (+1%). Sui risultati operativi (932 milioni, -12,3%) pesano le catastrofi naturali – soprattutto il terremoto in Cile e le alluvioni in Europa - responsabili dell'incremento del combined ratio di gruppo al 98,8% rispetto al 97,9 del settembre 2009. Ma non mancano notizie rassicuranti che, anche in questo caso, vengono dall'Italia dove l'indicatore gestionale è migliorato di quasi 3 punti percentuali (al 98,9%). È per buona parte il frutto dei miglioramenti realizzati nella rc auto.
Gli aumenti tariffari fanno lievitare la raccolta sui nuovi contratti (+6%) mentre, al contempo, diminuisce la frequenza dei sinistri sia pure a fronte di un aumento del premio medio dei sinistri. Sembra dunque alle spalle la fase più acuta delle crisi del principale ramo assicurativo che negli ultimi due anni ha attraversato l'intero mercato italiano.
La rilevanza che l'Italia ha raggiunto nei conti del Leone – vi ricava il 42% dei suoi profitti operativi – fa apparire ancora più rilevante la scelta di un country manager che il gruppo ha annunciato per le prossime settimane nell'ambito di un'evoluzione della propria struttura di corporate governance. È in questo scenario di cambiamenti che vanno segnalate anche le nuove regole interne per disciplinare le operazioni in conflitto d'interesse, decise ieri dal consiglio dì'amministrazione della compagnia. È un adempimento imposto da un recente regolamento della Consob ma è significativo che le Generali l'abbia interpretato rendendolo più severo.
In particolare la compagnia ha deciso di non avvalersi della possibilità di ricorrere ad un'assemblea per approvare operazioni "sospette" bocciate da un comitato formato soltanto da amministratori indipendenti. E soprattutto ha stabilito di dimezzare, rispetto a quanto previsto dall'authority, la soglia quantitativa per le pratiche "correlate" che saranno sottoposte ad uno speciale iter autorizzativo. Al vincolo saranno assoggettate tutte le operazioni con un controvalore superiore ai 500 milioni.
Tornando ai conti del terzo trimestre, c'è da segnalare un miglioramento dei parametri di vigilanza prudenziale del gruppo. Il ratio di Solvency I è salito al 150% del livello minimo rispetto al 142% di fine 2009. La compagnie conferma la sua prudente politica di investimenti con un portafoglio di investimenti (471 miliardi) in cui la componente obbligazionaria è ulteriormente cresciuta all'80% mentre flette all'8,4% quella azionaria.
La Borsa, resa ieri nervosa dall'aumento degli spread sui titoli governativi della Repubblica, non ha apprezzato i risultati del Leone il cui titolo è sceso del 2,58% (a 15,48 euro). Ma questo non scoraggia i manager triestini. Per fine anno prevedono un risultato operativo più vicino - ha spiegato Agrusti – ai 4,2 che ai 3,6 miliardi, la "forchetta" del loro target. Con una politica immodificata sui dividendi.

Riccardo Sabbatini