Un'assoluzione che non si fermerà a Brescia

Milano Finanza

La Corte d'Appello di Brescia ha sentenziato una raffica di assoluzioni nel processo per il crac di Italcase/Bagaglino. Cesare Geronzi, Roberto Colaninno, Steno Marcegaglia, Divo Gronchi

La Corte d'Appello di Brescia ha sentenziato una raffica di assoluzioni nel processo per il crac di Italcase/Bagaglino. Cesare Geronzi, Roberto Colaninno, Steno Marcegaglia, Divo Gronchi e molti altri che nel processo di primo grado erano stati condannati a pene varie, secondo i magistrati di seconda istanza non hanno avuto responsabilità alcuna in quel fallimento. I consiglieri della Banca Nazionale dell'agricoltura, della Banca di Roma e della Banca agricola mantovana non hanno insomma concorso alla bancarotta preferenziale "perchè il fatto non sussiste", nè tanto meno hanno concorso alla bancarotta semplice "per non aver commesso il fatto". Difficile immaginare un ribaltamento più netto che restituisce serenità, ma soprattutto onorabilità ad alcuni dei banchieri e degli imprenditori di primo piano nel panorama nazionale. E l'onore, qui, non è tirato in ballo invano, perchè partendo da questa vicenda negli anni scorsi è stata giocata una partita di potere molto pesante che aveva proprio nel tema dell'onorabilità dei bnachieri il principale terreno di scontro.
Come si ricorderà, il primo effetto della sentenza di primo grado fu la sospensione da ogni incarico in Capitalia del presidente Geronzi, condannato con la condizionale a un anno e otto mesi (ma anche "inabilitato all'impresa commerciale e agli uffici direttivi per due anni" sempre con la sospensione condizionale della pena accessoria), e del consigliere d'amministrazione Roberto Colaninno, condannato a quattro anni e un mese. Per revocare quelle sospensioni ci volle un'assemblea dei soci, passaggio non indolore visto che nel caso del presidente Geronzi i voti a favore furono pari al 33% del capitale mentre i contrari sfiorarono il 10%: una spaccatura che creò strascichi penosi (anche volendo lasciare da parte ricostruzioni e retroscena sullo scontro sotterraneo tra Geronzi e l'allora amministratore delegato Matteo Arpe).
Per ricordare il clima basta citare quanto dichiarò Rijkman Groenink, numero uno dell'istituto olandese Abn Amro che aveva allora il 7,7% delle azioni Capitalia ed era il principale azionista all'interno del patto di sindacato: "Geronzi è stato reintegrato per ora, ma qualora fosse ancora condannato, non penso che il patto potrebbe continuare a sostenerlo". E la battaglia è proseguita, per lo più sotterranea ma non meno cruenta, durante la stesura da parte dei vertici della Banca d'Italia del nuovo regolamentp sull'onorabilità dei banchieri.
La pressione, da parte di molti, sia sul versante politico sia su quello bancario, puntava a ottenere l'allontanamento di qualsiasi banchiere già al momento della condanna in primo grado. Come sono andate poi le cose è noto: Arpe fa il finanziere in proprio, Abn Amro è stata risucchiata nel gorgo delle sue imprudenze, Capitalia si è fusa con Unicredit e Geronzi presiede Mediobanca. Se fosse passata la linea più intransigente, probabilmente gli assetti generali del mondo bancario italiano sarebbero diversi e oggi Geronzi leggerebbe la notizia della sua assoluzione seduto su una panchina di un parco cittadino. Un pensionato molto onorevole, ma pur sempre pensionato.
Le vertenze giudiziarie del banchiere capitolino non sono del tutto chiuse, ma la pietra miliare posta ieri dalla Corte d'Appello di Brescia sembra così ben piantata da rendere sicuramente meno credibile una sua eventuale futura condanna (e ciò vale per tutti i banchieri che hanno vertenze giudiziarie attualmente in atto) per il solo fatto di essere stato alla guida di una banca.