I duellanti

Il Foglio

Storie incrociate di Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi. Due culture, due idee del potere, due visioni dell’esistenza

Storie incrociate di Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi. Due culture, due idee del potere, due visioni dell’esistenza

“E’ nostro dovere, da vecchi compagni di tanta gloria, essere amici agli occhi del mondo”. Joseph Conrad, I duellanti, 1907

“Signori, mi corre l’obbligo di comunicarvi solennemente, alla presenza del generale Féraud, che la nostra vertenza si è finalmente conclusa una volta per tutte. Potete informarne tutti”.
“Una riconciliazione, dunque!”
“Riconciliazione? Non esattamente. E’ qualcosa di assai più vincolante. Vero generale?”.
Joseph Conrad, ibidem

Romano Prodi non è più a Palazzo Chigi. C’è un nuovo governo di Silvio Berlusconi, un nuovo Giulio Tremonti all’Economia, c’è una nuova Confindustria, una classe dirigente politica che si sente più stabile, e pezzi di classi dirigenti economiche più fragili. La Roma del centrosinistra è caduta, il Friuli di Riccardo Illy è caduto, Brescia di Paolo Corsini è caduta. A Roma c’è lo spoils system. A Milano le vecchie élite si sono asserragliate nel loro mondo un po’ novecentesco, e ne emergono di nuove. Le élite della Fiera, di Bruno Ermolli, della Sanità, quelle legate a Cl, quelle che – anche a causa della debolezza di Smirne – si prendono l’Expo e hanno davanti almeno sette anni di lunga vita.
Sullo sfondo di questa trasformazione, c’è una trama che lega potere politico e potere economico. Nasceranno nuove alleanze e nuovi business, grandi opere e protagonisti in cerca di luce. Dipenderà dalle capacità della politica e da come reagiranno alle novità le vere istituzioni del vigente potere economico: le banche.
All’inizio del 2008 ci ritroviamo con un sistema bancario ancora in ritardo nei rapporti con la clientela, ma che ha retto l’urto della crisi internazionale, con la terza (Unicredit) e la quinta banca europea per capitalizzazione (Intesa Sanpaolo), con un’altra media banca in crescita (Monte dei Paschi, che ha appena comprato Antonveneta). A reggere questo sistema, a impedire che venisse travolto in questi anni di trasformazioni internazionali sono state indispensabili la brillantezza tecnica di Alessandro Profumo, che ha creato un gruppo forte proiettato in Europa, le capacità di risanatore e organizzatore di Corrado Passera, e la discontinuità con un passato di dirigismo ormai mal tollerato, introdotta dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi al suo terzo anno.
Ma nel prosieguo del romanzo del consolidamento – che è stato anche romanzo di potere, caratteri, profili personali, impostazioni culturali – i protagonisti resteranno per ora due uomini della generazione precedente. Uno è Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo. L’altro è Cesare Geronzi, presidente del consiglio di sorveglianza di Mediobanca. Con molte differenze, saranno ancora loro a immaginare le strategie e a rappresentare simbolicamente lo stile e le formule di aggregazione in cui il sistema economico e finanziario si confronterà con la politica.
Probabilmente il primo sarà l’uomo intorno al quale si ritroveranno elementi di élite spiazzate, gli ottimati, i buoni e i valoriali, raccolti attorno a progetti di rivincita. Il secondo seguirà – è presumibile – un istinto meno visionario ma più attuale, più duttile, più nello spirito dei tempi moderni, più rivolto al futuro.
Sono due uomini che accendono curiosità e interesse. Bazoli ha settantasei anni, Geronzi settantatre. Entrambi cattolici (anche se in finanza questo genere di appartenenza non ha più il senso di una volta, la contrapposizione tra finanza bianca e laica non c’è quasi più); entrambi uomini di potere, interessati a decifrare gli equilibri politici, qualche volta essendone parte, uno giurista e professore di diritto pubblico, l’altro di formazione bankitalista. Bazoli ha un carattere fotografico, poco mosso, uomo di establishment nato nell’establishment. Geronzi è un uomo più difficile da interpretare. Considerato a lungo un simbolo della romanità, la sua storia è un percorso, un’evoluzione – dalla città andreottiana e politicista di un tempo, fino all’approdo al vertice della Mediobanca milanese creata da Enrico Cuccia. Questo ne fa un interprete singolare della mutazione del sistema finanziario, nei lunghi anni della transizione delle classi dirigenti italiane dal 1993 a oggi.
Con gli anni il loro ruolo è cresciuto e si sono progressivamente trovati a essere avversari, ma anche cooperatori, in un certo senso: psicologicamente legati tra loro da quello stesso stato di necessità che lega i due protagonisti de “I duellanti” di Joseph Conrad, i due ufficiali napoleonici Féraud e d’Hubert, sempre più vincolati l’uno all’altro a mano a mano che la storia dei loro duelli procede. Così Geronzi e Bazoli: intimi loro malgrado, o quasi, di un’intimità costruita intorno all’oggetto della disputa, il governo della realtà e il primato su di esso.

A proposito di due banche
Negli ultimi venticinque anni hanno aggregato banche, portando le loro creature una a formare Intesa Sanpaolo, l’altra l’asse Unicredit-Mediobanca.
Intesa Sanpaolo nasce all’inizio degli anni Ottanta dalla crisi del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, vicino al Vaticano. Nel giugno 1982 Calvi viene trovato impiccato sotto un ponte londinese. Il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta designa alla guida della banca il bresciano Bazoli. Alla direzione generale arriva Pierdomenico Gallo, che ha raccontato la storia della banca in un libro, “Intesa Sanpaolo: c’era una volta un fantasma inesistente” (Baldini Castoldi Dalai, 2007, pagg. 212, euro 20,00). Il Nuovo Banco si fonde con la banca cattolica del Veneto, e nasce Ambroveneto. Bazoli esce dal Corriere della Sera (salvo rientrarvi a titolo personale con la holding bresciana Mittel da lui governata) dove subentra in posizione di dominus la galassia Fiat, vende le partecipazioni e si quota. Negli anni Novanta mostra la sua stoffa, vedendosela per due volte consecutive con Enrico Cuccia. La prima nel 1997, quando compra la Cassa di risparmio delle province lombarde, la Cariplo, soffiandola alla concorrenza della Comit. Dall’aggregazione nasce Banca Intesa. L’anno dopo fa entrare nel suo azionariato il Crédit Agricole, impedendo un pesante ingresso di Generali nel capitale di Intesa. E nel 1999 compie il suo capolavoro: compra la Comit che ha appena respinto un’opa di Unicredit, guidata da Alessandro Profumo. Scrive Gallo: “Cuccia vide di buon occhio la controffensiva di Bazoli, perché Unicredito, acquisendo la Comit, sarebbe diventato il primo azionista di Mediobanca, attraverso questa, della catena Generali: Mediobanca sapeva bene che Profumo non sarebbe stato uno sleeping partner”. Nella fase precedente l’acquisizione della Comit c’era stata un’attività di avvicinamento da parte di Bazoli nei confronti di Cuccia. La Comit, la Commerciale, banca laica, figlia prediletta di Cuccia, confluisce nella banca erede della tradizione del credito universalista cattolico.
L’ultimo atto è del 2006. Pressato dal timore di un’offensiva ostile da parte dei soci francesi, Bazoli si accorda con Enrico Salza, il presidente del Sanpaolo Imi di Torino. In teoria è una fusione, in sostanza, Banca Intesa acquisisce la migliore banca italiana, Sanpaolo Imi, e diventa la prima banca sul territorio nazionale.
La storia di Capitalia comincia nel 1989, quando la Cassa di Risparmio di Roma – il cui direttore generale è Cesare Geronzi, già dirigente della Banca d’Italia, vicino a Guido Carli, già vicedirettore del Banco di Napoli con Rinaldo Ossola – acquisisce il Banco di Santo Spirito e tre anni dopo il Banco di Roma. Nasce Banca di Roma. Amministratore delegato è Geronzi, presidente Pellegrino Capaldo. Per tutti gli anni Novanta, su impulso della Banca d’Italia (Fazio e Geronzi sono in eccellenti rapporti personali) a Banca di Roma viene affidato il ruolo di draga del sistema bancario. Interviene su Banca Mediterranea e Banca nazionale dell’agricoltura. Nel 1997 viene privatizzata. Nel 1999 gli olandesi di Abn Amro entrano nel capitale come primi azionisti. A fine anno, Banco di Roma entra in Medio credito centrale che ha in pancia il Banco di Sicilia.
Nel 2002 nasce Capitalia, dopo l’intervento di salvataggio della banca bresciana Bipop Carire specializzata nell’on line. Per cinque anni Capitalia, come il resto delle banche italiane, si presta al processo di consolidamento e sta dietro alle richieste che arrivano dal sistema industriale e dalla Banca d’Italia, Fiat, Mediobanca, Parmalat e Cirio. Scrive Vittorio Borelli in “Banca padrona” (Rizzoli, 2005): “Geronzi è stato per un decennio uno degli strumenti principali a disposizione di Banca d’Italia per realizzare la riorganizzazione del sistema”. Capitalia è la banca che deve farsi carico delle situazioni difficili.
Geronzi stabilizza l’assetto azionario. Prende dal Credito bergamasco un amministratore delegato, Giorgio Brambilla, che amalgama la fusione (gli succederà Matteo Arpe). Dà alla banca una veste istituzionale. Nel 2003 nel suo cda siedono Abn, i Ligresti, i Boroli-Drago, Pirelli, Colaninno, Marchini. Nel 2005 entrano Fininvest, Merloni e Pesenti.
Nel 2005 si interrompe il sodalizio con Antonio Fazio. Gli olandesi avevano cercato di salire al 20 per cento di Capitalia per poi arrivare alla fusione tra Capitalia e Antonveneta. Geronzi in una prima fase non è d’accordo, successivamente, d’accordo con gli olandesi, sottopone a Fazio l’ipotesi Antonveneta. Fazio dice no, di Antonveneta se ne occuperà Gianpiero Fiorani.
Il presidente di Capitalia si oppone alla controffensiva faziana avversa alle due opa straniere su Bnl e Antonveneta. Appoggia gli olandesi per evitare che si concentrino su Capitalia. Diventa il banchiere dell’establishment italiano, dà un contributo decisivo nella battaglia per il controllo del Corriere della Sera, minacciato dalla stravagante scalata di Stefano Ricucci. Questa operazione mette in crisi i tradizionali avversari di Geronzi: abituati a considerarlo un banchiere romano ostile al sistema milanese, se lo ritrovano accanto in un ruolo guida. Nel 2007 Geronzi completamente istituzionalizzato – anche se ancora alle prese con le code della faida giudiziaria italiana – contemporaneamente cattolico, vaticano, ma anche borghese, si accorda con Alessandro Profumo.

Il duello
Tra i due c’è sempre stato un confronto a distanza, ma il duello tra Geronzi e Bazoli comincia intorno al 2005, quando il riassetto del sistema economico finanziario rese necessario individuare nettamente delle polarizzazioni, dei centri di gravità. C’erano molte cose in cui mettere ordine e a cui dare stabilità. Le due banche italiane sotto opa straniera, Rcs scalata, Mediaset in cerca di una soluzione definitiva che diluisse il conflitto d’interessi, la solita Telecom, le solite Generali. In tre di queste partite, Rcs, Telecom e Generali, Bazoli e Geronzi avevano parecchio peso. Di Rcs il primo era azionista attraverso Intesa e la Mittel. Il secondo attraverso Mediobanca e una quota di Capitalia. Stesso dicasi per Generali: Capitalia, con il 10 per cento circa di Mediobanca, era il perno di un’alleanza di governo italo-francese della banca d’affari, assieme al gruppetto di soci che fa capo a Vincent Bolloré. Mediobanca è il primo azionista di Generali. Ma Generali è legata a Intesa da una partecipazione incrociata e da un legame commerciale, Intesa vende le polizze di Trieste. Anche nella lunga catena di controllo Telecom c’era un interesse azionario comune.
Dunque Bazoli e Geronzi erano centrali in queste vicende, anche perché entrambi dotati delle caratteristiche, dell’esperienza, dei rapporti e del gusto per la geometria negli assetti di potere.
Così, all’inizio del 2006, cominciò la partita. Eccola, cronologicamente, con l’aiuto di una legenda (B=mossa o evento a favore di Bazoli; G=mossa o evento a favore di Geronzi; N=evento neutro).
A febbraio 2006 – dimessosi Fazio, archiviate le due opa e l’affaire Corriere – è in pieno svolgimento il tormentone Telecom. La Pirelli, società chiave negli equilibri del risiko finanziario, è in difficoltà. Marco Tronchetti Provera pensava di cedere alcune partecipazioni rilevanti in Capitalia e Mediobanca per convogliare le risorse in Telecom.
Naufraga il progetto di avvicinamento di Fininvest alla Telecom (una smentita ufficiale arriva il 7 aprile). Bazoli è contrario e si mette di traverso a Geronzi, che considera quell’ipotesi una delle strade perseguibili per salvare Tronchetti, ma anche per dare una prospettiva strategica al futuro di Mediaset.
In quel momento, si parla anche del rischio che Generali sia sotto osservazione estera.
Geronzi – secondo voci di stampa – è fautore di una soluzione filoberlusconiana, una grande intesa tra Telecom e Mediolanum. Il piano non andò avanti soprattutto perché Ennio Doris, principale azionista di Mediolanum e alleato del Cav., riteneva che la sua società fosse valutata troppo poco. Bazoli – molto interessato al dossier Generali per via del rapporto commerciale con Banca Intesa – non avrebbe gradito affatto una soluzione del genere, ma il no di Doris gli consentì di non intervenire.

B - Il principale alleato di Bazoli è Romain Zaleski, finanziere franco-polacco a capo del gruppo Carlo Tassara, socio della Mittel, società che costituisce lo zoccolo duro, la base finanziaria del sistema bazoliano: è alla Mittel, per esempio, che fa capo la partecipazione in Rcs acquisita dal Nuovo Ambrosiano. Il 15 febbraio del 2006 Zaleski entra in Generali con una quota del 2,2 per cento. (Per farsi un’idea della fama di implacabile raider di cui gode Zaleski, può servire un aneddoto di qualche tempo fa: una volta una persona che non lo conosceva gli telefonò. Rispose sua moglie: “Non è in casa – disse – è in scalata”. Siccome dall’altro capo del filo la reazione fu di un silenzio tra la curiosità e l’allarme, lei subito precisò: “In montagna, s’intende”).

In questa fase si comincia a parlare anche di un grande progetto di accordo tra Féraud e D’Hubert. E’ il progetto Capintesa.
Scrive Giuseppe Turani il 7 marzo 2006: “Di fatto, in un sol colpo, si metterebbero al sicuro da eventuali attacchi esterni quattro importanti realtà finanziarie: Capitalia, Intesa, Mediobanca, Generali. Inoltre, scopo non secondario della Nuova Galassia sarebbe quello, disponendo di un rilevante potere finanziario, di opporsi a eventuali scalate o opa contro realtà industriali italiane”. C’è aria di fusione, ma l’operazione salta. L’amministratore delegato di Capitalia, Matteo Arpe, è contrario, perché non ci sarebbe spazio per lui. In quel momento ha il campo libero, perché il 22 febbraio arriva l’interdizione temporanea di Geronzi dagli uffici direttivi, per decisione del gip di Parma, dove si discute il caso Parmalat in cui vengono contestate delle accuse a Capitalia.

N - Il 10 marzo, Capitalia compra il 2,02 per cento di Banca Intesa con un investimento di circa 600 milioni di euro. Congela la possibilità di opa da parte dei milanesi.
Il 20 aprile Arpe dice “la fusione tra Capitalia e Intesa non è allo studio” e la banca non intende “neanche metterla allo studio. Anche con il reintegro di Cesare Geronzi”.
Lo stesso giorno interviene Passera, e manda a dire al non amato Arpe: “Al tempo dell’acquisizione di Cariplo da parte di Ambroveneto io ho partecipato, ma mi sono fatto da parte perché ero il più giovane”. Perché Passera ricorda quel passaggio? Perché all’epoca quando nacque Banca Intesa, Bazoli preferì affidarsi a un amministratore più esperto per la nuova banca. Così Passera se ne andò a Roma in Poste, e il posto di capo esecutivo della nuova banca toccò a Carlo Salvatori.

B - Mentre infuria la battaglia, sempre nella primavera del 2006, Bazoli lavora per mettere a segno un altro colpo. Batte la coppia Arpe e Profumo (più Abete, presidente di Bnl), alleati nella contesa per la presidenza dell’Abi, l’associazione bancaria italiana. Il loro candidato, Roberto Mazzotta, presidente della Popolare di Milano, viene stoppato. Il designato è Corrado Faissola, stretta osservanza bazoliana, amministratore delegato di Banca Lombarda di Brescia che sta per andare in sposa alla Bpu di Bergamo. Sarà eletto il 12 luglio.

B - A giugno, il 23, viene nominato alla Consob, la commissione che vigila sulle società e la Borsa, un commissario considerato vicino al presidente di Intesa. Si chiama Vittorio Conti, è stato responsabile della gestione rischi del gruppo bancario milanese.

G - Nel luglio 2006, Geronzi mette a segno un punto suo, pesante. Il 20, Vittorio Colao, amministratore delegato di Rcs al tempo del tentativo di scalata da parte Ricucci, considerato molto vicino a Corrado Passera, capo esecutivo di Banca Intesa, lascia la Rcs, dopo lunghe tensioni con il direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli. Colao garantisce la continuità aziendale fino al 12 settembre.

B - L’ipotesi di un futuro comune per Geronzi e Bazoli cade in piena estate. Arriva la fusione tra Intesa e Sanpaolo Imi. E’ successo che, registrata l’ostilità di Arpe, Bazoli comincia un negoziato con Torino. Certo, la soluzione Capintesa gli avrebbe dato più serenità, avrebbe riportato Intesa in Mediobanca, ma un accordo con Torino ha un senso industriale più forte. Le strade con Capitalia si separano. Il 26 agosto 2006 i consigli di amministrazione di Intesa e Sanpaolo Imi approvano le linee del progetto di fusione, che sarà ratificato il 12 ottobre e convalidato dalle assemblee straordinarie il primo dicembre.

G - Nell’ottobre del 2006, dopo l’uscita di Unicredit e Intesa da Olimpia (la società che detiene il pacchetto di controllo della Telecom e che fa capo a Tronchetti Provera), Geronzi inizia a studiare il dossier su possibili nuovi azionisti per il gruppo telefonico.
Alla fine del 2006, il 15 dicembre, Mediobanca si rafforza in Generali: annuncia l’acquisto dell’1,86 per cento delle assicurazioni triestine da Monte dei Paschi di Siena. Profumo, socio di Mediobanca con una quota uguale a quella di Capitalia, non è d’accordo. La cosa si fa lo stesso.

N - Il 7 dicembre del 2006, Giuseppe Rotelli, uomo forte della sanità lombarda, sottoscrive dalla ex Banca popolare di Lodi opzioni che gli consentono di raggiungere il 5 per cento del Corriere entro il 2009. Impropriamente considerato un bazoliano, in realtà è autonomo, finanziariamente molto liquido, ha ottimi rapporti con il sistema Mediaset, a partire dall’amministratore delegato Giuliano Adreani. E’ in rapporti diretti con Berlusconi, è legato a Bruno Ermolli e Roberto Formigoni.

N - A gennaio 2007, i Toti, importanti costruttori romani, entrano in Gemina. Con i Benetton, che saranno chiamati nell’azionariato di Mediobanca (e delle Generali), vengono indicati tra i principali alleati di Geronzi. In realtà la questione è un po’ più complessa. Geronzi era amico di Toti padre. Pierluigi, l’erede, ha simpatie generazionali arpian-veltroniane. Dunque il sistema geronziano li considera alleati, ma con riserva.

B - A gennaio nasce il fondo infrastrutturale F2I, partecipato da Cassa depositi e prestiti, Intesa Sanpaolo, Unicredit e Lehman Brothers con quote del 14,3 per cento, poi c’è la cassa di previdenza dei geometri e un gruppo di fondazioni.
A guidarlo arriva un uomo di antica colleganza con Massimo D’Alema, Vito Gamberale. Si è trovato dalla parte di Prodi nello scontro con i Benetton, nel 2006 li ha lasciati in disaccordo con il progetto di fusione con gli spagnoli di Abertis, fortemente osteggiato dal presidente del Consiglio. Nel complesso il fondo viene considerato decisamente orientato dalla parte di Intesa: oltre che per la quota della banca (bilanciata da quella paritetica di Unicredit), per il ruolo del Tesoro, per quello delle fondazioni guidate da Giuseppe Guzzetti – socio forte di Intesa Sanpaolo con la sua Cariplo –, per la scelta dell’amministratore.

B - A gennaio si inizia a parlare della fusione tra la Mittel, finanziaria bresciana di osservanza e controllo bazoliani e la Hopa – la finanziaria dei bresciani sconfitti nelle scalate bancarie del 2005, Gnutti & co – che ha in pancia tra l’altro una partecipazione in Mps e una, ambitissima, in Telecom. Si attende il perfezionamento della fusione tra Banca lombarda e Popolari Unite. Questo è il momento di massima espansione bazoliana.

G - Ma già a febbraio 2007, il 17, la fusione Mittel-Hopa naufraga per il no alle condizioni dell’accordo pronunciato da Carlo Salvatori, ex ad di Capitalia, ex ad di Intesa (i suoi rapporti con Bazoli vengono detti freddi) ed ex presidente Unicredit. Salvatori è il nuovo capo di Unipol (assicurazione controllata dalle cooperative), socio di peso in Hopa. Qualcuno ritiene che i buoni rapporti tra Geronzi e D’Alema potrebbero aver indirettamente contato sulla scelta di Unipol.

N - Mentre i due continuano a incontrarsi periodicamente, e a tenersi sotto controllo sul fronte Generali e Corriere (dove si sta rafforzando ancora Rotelli), a marzo ricostruzioni di stampa danno conto di un progetto di matrimonio tra Capitalia e Monte dei Paschi di Siena, tramontato per la profonda contrarietà di Giuseppe Mussari, presidente della banca senese (legato a Franco Bassanini ma anche a Giuseppe Guzzetti), che non vuole essere preda. Mussari lavora a progetti di aggregazioni gestiti da lui.

B - Il primo aprile del 2007, Bazoli porta a casa la fusione tra Banca Lombarda – banca bresciana di cui è azionista – e Banche Popolari Unite. Nasce Ubi Banca.

G - Il 28 aprile entrano nel cda di Generali Francesco Gaetano Caltagirone, Leonardo Del Vecchio (fondatore di Luxottica), Lorenzo Pellicioli (per il gruppo De Agostini) e Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni. I primi tre sono azionisti di Generali. E’ una mossa geronziana. L’obiettivo è quello di rafforzare un gruppo di imprenditori italiani, liquidi e operativi, dentro alle assicurazioni di Trieste.

G - Fallita l’ipotesi di un accordo tra Unicredit e Société Générale, messa sotto opa Abn Amro (azionista di riferimento di Capitalia) – contesa tra Barclays Bank e il consorzio formato da Royal Bank of Scotland, Fortis, Santander – il quadro del risiko bancario italiano si semplifica. Geronzi e Profumo portano a termine quella che sin dall’inizio sembra l’unica mossa possibile: la fusione Unicredit-Capitalia. La fusione viene approvata dai cda il 20 maggio 2007. Sostanzialmente è Milano, quattro volte più grande, che compra Roma.
Matteo Arpe rassegna le dimissioni.
(Nota di psicologia del potere: della loro vita insieme Geronzi e Arpe non hanno mai parlato. Il giovane, in un’intervista all’Espresso – Paola Pilati, 22 novembre 2007 – ha parlato della sua nuova iniziativa, il fondo d’investimento Sator. A proposito della fusione Unicredit-Capitalia ha detto di non sentirsi vittima – come aveva scritto il Financial Times – perché “nell’economia non ci sono né vittime né carnefici”. Quanto al rapporto diretto con Geronzi, non una parola. Arpe è una personalità non semplice. Dal punto di vista della dimensione psicologica, a causa di una sfumatura di incongruenza esistenziale, la cosa più interessante di quell’intervista è a margine: un box in cui c’è scritto che sta per pubblicare un saggio scientifico. Dopo una procedura d’ammissione durata due anni, una rivista internazionale di matematica pubblicherà una tesi di Arpe sulla relazione tra i numeri primi: cioè, che cosa lega la serie infinita di quei numeri che possono essere divisi solo per uno e per loro stessi. Il banchiere quarantaquattrenne, liquidato con 32 milioni di euro, star delle conference call con gli analisti, non guarda a se stesso come a un mago del denaro, ma aspira al riconoscimento dell’intelligenza astratta che si cimenta con i numeri).

G - Geronzi ottiene il risultato massimo: il 27 giugno viene nominato alla presidenza del consiglio di sorveglianza di Mediobanca, che è ancora lo snodo del potere economico e finanziario italiano: tra le partecipazioni, c’è il 14 per cento del Corriere della Sera e il 14 per cento delle assicurazioni Generali, un polmone finanziario che ogni anno respira 400 miliardi di euro. Simbolicamente Mediobanca significa Milano e soprattutto Cuccia.

N - La querelle Telecom entra nel vivo. La partita sarà risolta con una mediazione Geronzi-Bazoli. Marco Tronchetti Provera lascia la Telecom. Dopo il tentativo sostenuto da Corrado Passera che aveva preso in mano il pallino della trattattiva con la cordata America Movil + At&t (cui si era opposto tenacemente Prodi, che aveva già detto “no” agli spagnoli per Autostrade, e agli americani di Texas Pacific Group per Alitalia) la spagnola Telefonica entra in Telecom rilevando la posizione di Olimpia.
Dopo una lunga trattativa si trova una soluzione di accordo sull’amministratore delegato, Franco Bernabè. Per lui è un ritorno.
E’ il momento della massima collaborazione tra Bazoli e Geronzi.

N - Il 30 novembre Rotelli dice di essere al dieci per cento dei diritti di voto in Rcs.

G - All’inizio di febbraio Zaleski, principale alleato di Bazoli, con una esposizione finanziaria di circa 7 miliardi di euro, a causa della diminuzione del valore di alcune delle sue partecipazioni vende una quota di Arcelor (realizza una plusvalenza di 80 milioni). La cessione viene interpretata dagli osservatori come un segno di sensibile indebolimento.

G - Il 24 gennaio il governo Prodi cade. Il presidente della Repubblica indice le elezioni per il 13 e 14 aprile. Romano Prodi annuncia che non si presenterà alle elezioni. Bazoli perde la sua sponda naturale. Corrado Passera rilascia due interviste, una a Maurizio Belpietro per Panorama e una a Dario Di Vico per il Corriere della Sera, decisamente aperturiste nei confronti di Berlusconi. Nella seconda intervista, quella al Corriere, per sostenere un tentativo riformista del favorito Berlusconi alle imminenti elezioni, ipotizza una soluzione bipartisan sul genere di quella sperimentata in Francia con la commissione per le riforme presieduta da Jacques Attali. Passera e Berlusconi si conoscono da molti anni, e tra loro c’è una certa simpatia. La posizione di Passera suona implicitamente come una correzione del democratismo bazoliano. (Dopo alcune settimane di voci sui loro rapporti difficili e su un’ipotesi di sbarco in politica, Passera rilascerà una terza intervista – al Mondo, questa volta – in cui annuncia di restare al suo posto in banca. Su questo si registrano delle analisi interessanti: quello tra Bazoli e Passera è stato innanzitutto un grande rapporto personale. Vengono presentati da Vittorio Moccagatta, piemontese, nipote e omonimo del comandante della X Mas, eroe di guerra, comandante superiore in mare nell’azione di forzamento del porto inglese della Valletta, dove morì assieme a quaranta dei suoi uomini all’alba del 26 luglio del 1941. Moccagatta e Passera hanno lavorato insieme quando erano alla Cir di Carlo De Benedetti.
Bazoli prese il giovane per guidare Ambroveneto. E’ stato un rapporto di alti e bassi, quello tra un manager che vuole crescere e un signore sopra i settant’anni con un debole per la strategia e un talento cristallino nel rapporto con gli azionisti. Scrive Gallo: “Se dovessi considerare, insieme alle altre doti, una costante di eccellenza nell’azione di Bazoli in questi venticinque anni di Banca Intesa, la identificherei nella straordinaria capacità di gestire i rapporti con i diversi soci, nel superiore interesse dell’azienda”.
Negli anni, il giovane ha cercato di accrescere il suo spazio di manovra. E nel caso della battaglia per Alitalia – Passera aveva un disegno suo, l’operazione AirOne, la nascita di una grande compagnia nazionale sostenuta da Intesa Sanpaolo, banca per il paese – per la prima volta il tema della strategia è stato apertamente un punto di contrasto. I vertici della banca hanno cercato di minimizzare, ma una nuova fase è cominciata, perché anche gli azionisti avvertono che qualcosa è cambiato).

N - Il 4 marzo la Banca d’Italia emana le nuove disposizioni di vigilanza in materia di organizzazione e governo societario delle banche. Da una parte conferma l’impossibilità per i membri dei consigli di sorveglianza di avere incarichi nel board di una controllata, cosa che impone ad Antoine Bernheim, presidente di Generali, di lasciare il consiglio di sorveglianza di Mediobanca, azionista di riferimento. Dall’altra ribadisce il fatto che nei consigli di gestione devono esserci soltanto manager esecutivi e non rappresentanti degli azionisti, il che indebolisce la delicata costruzione della governance di Intesa Sanpaolo, il cui consiglio di gestione è fatto soprattutto di azionisti.

Una spina e una piega
Giovanni Bazoli aveva tre mesi quando sua madre, Beatrice Folonari, ventinove anni, bellissima, morì per un’infezione di setticemia dopo essersi ferita a una guancia con la spina di una rosa. Questo dice tutto di un grande romanzo esistenziale. I Bazoli sono una preminente famiglia bresciana. Vengono da Desenzano sul Garda, e avendo risolto in partenza ogni problema di guadagni materiali, non hanno neanche quello di guadagnar tempo. Così da queste parti si dice ancora in dialetto che “col Bazöl fressa no ghe öl”, con i Bazoli non ci vuole fretta. I Bazoli sono una famiglia tipica della provincia italiana. Di quelle famiglie solide, radicate, portatrici di un aristocratismo borghese e di un temperamento che viene anche dalla consapevolezza. Racconta Giancarlo Feliziani in un libro sulla strage di piazza della Loggia (“Lo schiocco”, Limina, 2006) che il fratello di Giovanni Bazoli, Luigi, assessore all’urbanistica di Brescia che aveva perduto sua moglie Giulietta uccisa dall’ordigno neofascista, il giorno del funerale prese il presidente della Repubblica Giovanni Leone per il bavero del cappotto.
Geronzi, invece, viene da una famiglia semplice. Non ha la retorica dell’uomo che si è fatto da sé, ma si è fatto da sé. E’ nato a Marino, Castelli romani, il suo ristorante preferito – ha detto una volta in una convention di Capitalia – è a Marino. Per chi è nato da quelle parti, Roma è un orizzonte di conquista. Per i vinai dei Castelli, il mercato da invadere era Roma. Suo padre era un tranviere, con quattro figli. Studiano a Roma. Prendono un tram che parte da Marino alle 6,20. Lui va al liceo Pilo Albertelli di fronte a Santa Maria Maggiore. Fa lo studente lavoratore, si laurea, e nel 1960 entra in Banca d’Italia.
Entrambi piuttosto impenetrabili, dotati di una specie di espressività fisica – una piega sofferente sulla linea della bocca di Giovanni Bazoli, sorridente Cesare Geronzi – è difficile che lascino trapelare quello che i ritrattisti cercano nell’uomo, nel personaggio. C’è il modo in cui Geronzi solleva con due dita la piega dei pantaloni, la meticolosità caratteriale di Bazoli o la crescente rassomiglianza tra lui e John Malkovich.

La bazolitudine
Tra la fine del 2006 e il principio del 2007, dopo la fusione tra Intesa e Sanpaolo Imi, il Foglio provò a ragionare sul ruolo assunto da Bazoli e sulla filosofia che ne emergeva, il bazolismo. Massimo Mucchetti in un articolo sul Corriere del 25 febbraio del 2007, obiettando sul confronto tra Féraud e d’Hubert, si chiese perché esista il bazolismo e non il geronzismo o il profumismo? Perché – è la risposta – il bazolismo è una mentalità, la banca per il paese, più un progetto concreto di potere, culturalizzati in una specifica sensibilità egemonica dai connotati letterari – un misto di valorialità e ruolo sociale.
Proviamo a dare un’occhiata alla struttura del bazolismo.
Innanzitutto c’è il rapporto con la politica. Ovvio che una banca con 500 miliardi di euro di attivi e 300 di raccolta è un soggetto di mercato. Ma Bazoli è un banchiere con una sua personale storia politica. E’ stato uno dei fondatori dell’Ulivo, gli fu chiesto di prenderne la guida, ha vissuto in una famiglia appartenente alla lunga tradizione di cattolicesimo lombardo manzoniano, che a Brescia è quello dei Tovini, Montini, Camadini, Bazoli, un tempo contrapposto alla tradizione zanardelliana laica dei Soncini, Rampinelli, Whurer. Lui è nipote di uno dei fondatori del partito popolare; suo padre Stefano è stato deputato costituente, amico di don Primo Mazzolari (figura rilevante del clero italiano dell’epoca, prete intellettuale e sociale), e socio di studio del fratello di Paolo VI; suo fratello Luigi faceva politica, suo cognato – marito di un’altra delle sorelle Whurer – è Sandro Fontana, a lungo senatore, direttore del Popolo e vicesegretario della Dc; suo genero viene da un’altra storica famiglia politica bresciana, i Gitti. La storia lo ha lambito nella tragedia, quando Giulietta Banzi, sua cognata, muore a piazza della Loggia. Ha svolto un apprendistato politico in quella anticipazione culturale del futuro partito democratico che era stato il magistero di Beniamino Andreatta, di cui Bazoli fu insieme con Prodi un’astrazione, ma fortunata. Bazoli è politico, ulivista e profondamente antiberlusconiano. Nel 2004 disse che la concentrazione di potere di alcuni gruppi d’informazione “può inquinare lo stesso gioco democratico, dimostrando l’insufficienza delle regole procedurali classiche delle democrazie rappresentative, come il rispetto della trasparenza e della par condicio nelle gare elettorali, l’equilibrio dei poteri, la tutela delle minoranze”. Poco prima delle elezioni del 2006, aveva espresso le sue preoccupazioni sullo stato della democrazia in Italia: “Avverto un diffuso senso di incertezza e preoccupazione sulle sorti dell’economia e della democrazia”.
Per simmetria, Bazoli è stato naturalmente politico nel rapporto di cuginanza con Romano Prodi. E qui emerge un secondo elemento interessante. Non che Bazoli ne sia stato il braccio economico o che Intesa Sanpaolo sia nata su impulso del governo Prodi o che siano stati d’accordo su singole scelte operative. Più semplicemente, sono stati alleati naturali. Gli avversari dell’uno o dell’altro hanno cercato di separarli. Per esempio, nel 2006, Massimo D’Alema, ancora reduce dalla sconfitta del 2005 (caso Unipol-Bnl), dunque privo di una banca, essendo sospettoso delle manovre bazolian-prodiane, provò a fare un po’ di gioco di interdizione sulla partita Generali. E la mossa fu un messaggio a Bazoli: conoscendolo un po’ – disse D’Alema in una intervista al Sole 24 Ore – non credo proprio che sia la longa manus di Prodi.
Lui stesso, Bazoli, ha sempre tenuto a sottolineare il senso del suo rapporto con Prodi. In un’intervista concessa ad Aldo Cazzullo nell’aprile 2007, Bazoli rievoca l’ultimo incontro con Nino Andreatta, quando il suo mentore gli propone la guida dell’Ulivo, è l’otto dicembre del 1999. “Nino – ricorda Bazoli – mi parlò a lungo, per due ore della possibilità che io prendessi il posto di Prodi partito per Bruxelles (…) Intesa nel senso alto di una missione, l’attività politica è uno dei più appassionanti e nobili sentimenti umani. E non posso certo dire che la politica sia estranea ai miei interessi e alla tradizione della mia famiglia. Ma obiettai ad Andretta che mi trovavo in un grande impegno e responsabilità, perché la banca stava attraversando la difficile integrazione tra Comit e Cariplo. Aggiunsi che non mi sentivo tagliato per sostenere campagne elettorali giocate prevalentemente sul piano mediatico, dove sarebbero servite attitudini diverse dalle mie. Ma lui nei giorni successivi si mosse come se avesse registrato una mia disponibilità. Forse perché già una volta, come ho detto, le mie resistenze a un suo invito erano poi state superate…”. Cazzullo aggiunge per chiudere il racconto: “Tre giorni dopo, Andreatta riunì i parlamentari del Ppi e tracciò un profilo del ‘federatore’ in cui tutti riconobbero la figura di Bazoli. Ma a chiedergli se Andreatta sarebbe riuscito a convincerlo se due giorni dopo non si fosse accasciato sui banchi della Camera, Bazoli non risponde”. Ammissione implicita – questo silenzio – del fatto che Bazoli si è sempre considerato in una condizione del tutto paritetica a quella di Prodi, anzi: sei lì, anche perché non ci sono io (ma questo il capo di Intesa non lo direbbe mai in questi termini).
Terzo elemento specifico della bazolité. La letteratura corrente ha visto in Bazoli un nuovo Cuccia, un regista del sistema economico e finanziario. In realtà Bazoli non è tanto uno stabilizzatore del sistema, ma il portatore di una strategia, di un’idea, di un progetto maturato in 25 anni: mettere insieme una grande banca, possibilmente una grande assicurazione, una certa influenza sul sistema dell’informazione, per svolgere una politica economica. Come molti altri protagonisti del risiko, ha in mente un paese che partecipi al gioco economico delle potenze mettendo al riparo alcuni gioielli. Ancora nel 2004, regnante Antonio Fazio, la sensibilità bazoliana era vicina a quella del governatore: “E’ nei fatti – spiegava – che la presenza di banche straniere in Italia sotto forma di partecipazione nell’azionariato di istituti di credito, anche dei maggiori, è una realtà che in altri paesi non trova corrispettivo”. Coltiva una visione di moderato protezionismo, non dissimile da posizioni analoghe che osserviamo in protagonisti dell’economia nel resto d’Europa. Ha rovesciato il rapporto con i francesi di Crédit Agricole e li ha fatti fuori puntando alla fusione con Torino, quando si è accorto che cominciava a essere difficile arginarli.
Bazoli ha creato la cultura della sua banca, la banca al servizio del paese. E questa culturalizzazione è la differenza rispetto a Profumo o a Geronzi. Ovvio che questa visione deve combinarsi con il potere e con gli affari. Nel bazolismo esiste la prassi del potere. Dice Gallo sulla genesi di Intesa e sul ruolo del presidente: “Tra le banche socie che si sono avvicendate nella compagine sociale possiamo annoverare una buona parte del sistema bancario italiano e qualche istituto estero, ma una sola banca è rimasta socia dall’inizio fino a oggi: la sua, la San Paolo di Brescia. Che tra le sette fondatrici (del Nuovo Banco Ambrosiano, ndr), era la più piccola (e, allora, aggiungo per conoscenza diretta, anche la più fragile)”. La difesa appassionata degli interessi è valsa in questi anni per la vicenda Rizzoli (con un fortino costruito a partire dalla quota Mittel) o nell’interazione con il mondo cattolico. Bazoli ha sempre coltivato il suo cattolicesimo. Considera fondante della sua personalità l’amicizia con il cardinal Martini. Ha fatto parte del gruppo cultura etica finanza con Angelo Caloia, Roberto Mazzotta, Tancredi Bianchi, Lorenzo Ornaghi, Alberto Quadrio Curzio, Luigi Roth, Gianmario Roveraro, il gotha della cosiddetta finanza bianca. Un tempo questa era una bandiera. Oggi è un tratto costitutivo messo in discussione proprio dai cattolici. Mino Martinazzoli, amico personale di Bazoli, dice a Walter Riolfi in un’inchiesta pubblicata dal Sole 24 Ore, il 20 gennaio 2007: “La presenza, se si vuole ingombrante, di Bazoli, è solo il segno di un nuovo capitalismo finanziario, quello delle grandi banche e non ha più nulla a che fare con le tradizionali radici cattoliche”. Nel ragionamento sul bazolismo interviene una variante sul legame tra la cultura cattolica e l’esercizio del potere bancario. Sono gli stessi cattolici che dicono: possono essere cattolici gli uomini, non le banche, le banche fanno le banche.
Quanto al rapporto tra visione e affari, è vero che nel fondo infrastrutturale F2I, derivazione – finora quasi non operativa – della politica interventista della Cassa depositi e prestiti non c’è solo Intesa, c’è anche Unicredit. Ma soltanto un anno fa Intesa si presentava come il polo bancario di un fronte di cultura politica intorno al quale cementare l’alleanza con il Tesoro e con le fondazioni che partecipavano al fondo.
Gli appassionati di questo tema, credono in un quarto elemento che esprime pienamente il bazolismo, e senza il quale l’espressione non avrebbe senso: nel bazolismo c’è una specie di ricerca continua, seduttiva e avvolgente dell’egemonia, generata da un mandato. Nella rappresentazione del sé, questo mandato arriva in forma pattizia dall’élite. Bazoli la rivendica nel caso di Agnelli (la potestà sul Corriere affidatagli in un incontro a Torino con lui già molto malato, nel dicembre del 2002), di Andreatta (l’Ulivo), di Cuccia (la Comit). Il mandato si esercita in una forma di dittatura dei buoni identificati volta per volta in un bravo manager da lodare, in uno scrittore da leggere, nell’apprezzamento di un editoriale di Claudio Magris (un uomo che piace molto al professore), nell’amicizia con Martini, o nella nomina di Virginio Rognoni, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura nel consiglio di amministrazione di Rcs. I buoni appartengono al campo dei valori che sono per esempio coesione, giustizia, costituzione, politica e/o attività pubblica come servizio, mentre nel campo avverso militano l’ostentazione, l’ipocrisia, le stock option.

Il geronzismo
Perché non era stata mai usata la parola geronzismo? Probabilmente perché il geronzismo viene interpretato innanzitutto come prassi. Il che è vero, ma non è tutto.
Il 30 novembre del 2007 sul Sole 24 Ore viene pubblicato un documento piuttosto interessante per chi ama questo genere di analisi: intervista di Ferruccio de Bortoli, direttore del quotidiano, a Cesare Geronzi. E’ una testimonianza diretta. Geronzi che spiega il geronzismo. Idee franche, nessuna fumosità, quello che si può dire si dice, quello che non si vuol dire non si dice. L’obiettivo non è un’idea generale del mondo – il progetto – ma sistemare il quadro dei rapporti perché le cose possano andare avanti. Giudizi chiari sulle persone, sulle condizioni del risiko finanziario, sui programmi. Sui fondi per esempio: “Il fondo del Dubai (il più importante sovereign fund del mondo, ndr) sarebbe benvenuto nell’azionariato di Mediobanca e Generali, magari con una quota modesta non superiore al due o tre per cento. Una quota così l’ha avuta persino Danilo Coppola, figuriamoci se dovremmo dire di no a questi investitori”. Accoglie la sfida con i suoi detrattori, riguardo ai suoi rapporti con Vincenzo Maranghi, che erano stati oggetto di un piccolo giallo e di una polemica famigliare. Poco dopo la morte dell’ex ad di Mediobanca, la famiglia di Maranghi aveva negato che ci fosse stato un riavvicinamento tra i due, che erano stati avversari feroci: “Quando andavo a trovarlo, su suo invito, non ero un fantasma”.
La prassi geronziana si esprime molto francamente, anche nella mediazione dell’intervista. Fino quasi a essere brusco, se si riflette sul tono estremamente cauto con cui si esprimono di solito gli uomini di potere italiani. Dice di Profumo che vorrebbe uscire da Rcs, ma in realtà non vorrebbe (e comunque ne esce sapendo che Mediobanca, da lui partecipata, resta il primo azionista del Corriere della Sera): “Coerenza è una parola complessa, caro direttore”. E quanto al suo Féraud o d’Hubert – a seconda dei punti di vista – de Bortoli riferisce: “Geronzi ci tiene a sottolineare la sincerità del suo rapporto amichevole con il banchiere rivale: ‘Non mi era piaciuta l’intervista che le aveva dato (22 maggio 2007, ndr) nella quale esprimeva delle preoccupazioni sull’indipendenza di Mediobanca. Se avesse avuto la pazienza di ascoltarmi, prima di parlare pubblicamente, ogni dubbio sarebbe stato fugato. Ed è quello che poi è avvenuto”.
Dall’intervista esce perfettamente chiaro il quadro dei suoi rapporti, a parte un ragionevole spazio per le interpretazioni. Per esempio di Antoine Bernheim, il presidente delle Generali, dice che può restare a Trieste, ma i fondi devono fare il loro mestiere: il che significa in realtà che senza l’intervento di Algebris e di Davide Serra, l’operazione di avvicendamento di Bernheim sarebbe stata molto più semplice. E infatti l’attivismo di Serra ha contribuito a lasciare Bernheim a Trieste almeno per un altro anno.
Il geronzismo è innanzitutto analisi sul campo dei rapporti di forza e capacità di misurare le persone. Applica una visione di gioco alla Platini o alla Kempes (per chi ricorda Kempes). Estrema semplicità e immediatezza. Quando da presidente di Capitalia deve procedere alla fusione con Unicredit affida un incarico di consulenza a Claudio Costamagna, già banchiere presso Goldman Sachs, in buoni rapporti con Romano Prodi attraverso Angelo Rovati, grande amico di entrambi (Costamagna ne è stato testimone di nozze). Quando si raffredda con Fazio all’irrompere di Fiorani, poco prima dell’avvio delle scalate bancarie del 2005, passa a organizzare la difesa del sistema dell’establishment minacciato dai cosiddetti newcomer, raccolti attorno al disegno di potere del governatore. La duttilità e il fattore a-ideologico non sono una forma di andreottismo. Geronzi riempie il vuoto incorporando subito l’esigenza di cambiamento, la necessità del sistema bancario di giocare d’anticipo.
Una volta a qualcuno che gli chiedeva se al posto di Profumo avrebbe fatto l’operazione con la tedesca Hvb rispose di no, con la mia storia non avrei potuto farlo, ma lui fa benissimo a farla. Nella sua generazione il capo di Mediobanca è stato il primo a percepire il sopraggiungere delle trasformazioni. Nel suo caso ha accettato l’avvento della mentalità profumiana che non è la sua, non sempre la condivide, ma ritiene che rappresenti il futuro.
Nell’intervista a de Bortoli rievoca un passaggio chiave della sua storia personale, 1999. L’opa da parte di Sanpaolo Imi su Capitalia, mentre Unicredit attaccava la Comit. Lo chiama Cuccia: “Mi telefonò un po’ rattristato e mi disse: ‘Io mi occupo della Comit, lei se la cava certamente da solo’”. Disse a Gianni Agnelli che sarebbe stata una guerra senza quartiere. Agnelli, importante azionista del Sanpaolo e uomo non incline al conflitto, soprattutto quando avvertiva la fondata minaccia di una sconfitta, fece cambiare idea ai torinesi.
Lo stesso tipo di schema privo di eccesso di elaborazioni, lo ritroviamo in questa fase, nella costruzione di un asse – reso più visibile da quando sta più di frequente a Milano – con Giuseppe Guzzetti, capo della fondazione Cariplo, leader delle fondazioni bancarie italiane (è presidente dell’Acri), e anche azionista di peso di Intesa Sanpaolo. Nell’intervista a de Bortoli ne parla apertamente. Spiega che Mediobanca vuole aprire alle fondazioni anche perché le fondazioni sono state importanti nella stabilizzazione del sistema bancario italiano, hanno reso possibili le aggregazioni diluendo le loro partecipazioni. “E il merito principalmente va a una sola persona: Guzzetti”.
Geronzi ha incessantemente tessuto alleanze, facendo leva sul suo mestiere di banchiere. Ha assistito la Fininvest in una fase decisiva della sua storia, l’ha quotata in Borsa, ha ristrutturato il debito dei Ds, ha dato una mano al quotidiano Il Manifesto. Dice uno studioso di geronzismo: “E’ uno che ha accumulato un enorme vantaggio su tutti gli altri”. Ha rapporti che vanno da Silvio Berlusconi e Gianni Letta a Francesco Cossiga, da Oliviero Diliberto a Pier Ferdinando Casini, a Massimo D’Alema. Ha ricucito le tensioni con Giulio Tremonti, con cui ci fu uno scontro durissimo ai tempi di Parmalat. Il pragmatismo geronziano – calato nel contesto di un paese liquido, frammentato, privo di poteri stabili, fatto di pochissime grandi imprese capitalistiche veramente solide, alle prese con un processo di ricambio della classe dirigente economica, e dei ricchi – è stato oggetto di questioni giudiziarie o di inchieste giornalistiche: Cirio e Parmalat. Geronzi ha resistito alle spallate. Che significa? Che questo genere di pragmatismo, che a suo tempo ha dovuto contemperare le esigenze del sistema economico-finanziario e l’esistenza della bad bank, ha macinato quella fase culturale, l’ha superata e oggi Geronzi – con il suo senso culturale di rappresentazione di un aspetto del carattere nazionale, cioè quel misto di tenacia, adattamento alla transizione, aggiustamenti possibili della realtà – assicura, a una larga parte della classe dirigente italiana, affidabilità. Può essere utile un esempio. La Fiat è sempre stato una specie di test nazionale. All’inizio del 2002, il gruppo torinese era in grandi difficoltà. Non era tecnicamente sull’orlo del fallimento, ma era sottoposta a enormi tensioni finanziarie. Due banche avevano interessi specifici legati a Torino. Intesa, che ereditava l’esposizione di Fiat con Ambroveneta, Cariplo e Comit, e San Paolo preoccupata della situazione del sistema economico in Piemonte. Ma a guidare la complessa operazione di stabilizzazione finanziaria – a cui poi avrebbero partecipato anche Unicredit e altre banche – che portò al debito convertendo da tre miliardi di euro e a un pacchetto di azioni connesse (cessione della partecipazione in Italenergia, vendita di Toro e Fiat Avio, la joint-venture Fiat-banche in Fidis, l’avvicendamento dell’amministratore delegato) fu la Capitalia di Geronzi, cioè la più piccola delle banche italiane influenti, paragonata alle grandi Unicredit e Intesa. (Bazoli intervenne successivamente in quel dossier con la visita a Gianni Agnelli nel dicembre 2002, mediando il contrasto tra Umberto Agnelli e Paolo Fresco).
Era in gioco il salvataggio di un soggetto economico la cui forza è compreso tra il 3 e il 4 per cento del pil italiano. Il ruolo di Geronzi dipendeva da una parte dal fatto che era lui a tenere il collegamento con il governatore della Banca d’Italia, che condivideva le preoccupazioni sulla necessità della stabilizzazione finanziaria della Fiat, dall’altra da una specifica abilità personale nella coesione del sistema, che andava dall’amicizia nata con Paolo Fresco alla diplomazia nei rapporti con le altre banche.
Probabilmente la cultura di Geronzi funziona perché – in un paese sempre alle prese con rese dei conti (in sospeso), scontri politici ed economici, vittorie a metà – è una tecnica non divisiva della stabilità.

D’Hubert e Féraud
C’è una forma di lealtà nello scontro. Si vedono, rispettano un cerimonioso galateo, fatto di precedenze, di visite reciproche, di un tu non affettato. Quando Geronzi è stato sospeso, Bazoli gli ha scritto una lunga lettera personale (nessuno a parte i due ne conoscono il contenuto, del resto D’Hubert non dice a nessuno in che cosa consiste l’offesa che avrebbe arrecato a Féraud, e Féraud nemmeno), quando Bazoli si è rotto un piede Geronzi è andato a trovarlo.
Ma non è corretta la domanda su chi vincerà il duello. Già dal 2005 molti osservatori ragionano sul generale riassetto del sistema economico e finanziario. All’epoca c’era la sistemazione della questione Fiat (che finora si è risolta da sola), il completamento del consolidamento bancario, l’avvio di una strategia di irrobustimento di alcune aziende nazionali in grado di giocare nel campionato dei player globali e nell’aggiustamento di tre o quattro partite locali, a partire da Telecom e Rcs. A un certo punto era sembrato che il ruolo di promotore di un generale accordo potesse essere interpretato da Carlo De Benedetti assieme a Berlusconi. Era stato il momento del fondo salva imprese M&C. Idea svelta di De Benedetti, contrastata dal pensiero ortodosso dei tanti vicini e tifosi dell’Ing. e del Cav. che li volevano così, avversari.
Oggi è chiaro che la pacificazione dovrà avvenire sull’asse classico Mediobanca-Generali. Il processo, già avviato nella vicenda Telecom con la nomina di Franco Bernabé, e risolto nell’assetto raggiunto su Rcs con la conferma di Paolo Mieli alla direzione del Corriere e di Piergaetano Marchetti alla presidenza dell’editoriale, è ancora da definire su Generali e sul tono complessivo degli equilibri finanziari e del loro intreccio.
Nei rapporti tra Geronzi e Bazoli ci sono due elementi nuovi da valutare: innanzitutto la conclusione dell’esperienza politica di Prodi che priva Bazoli di un riferimento naturale; il secondo, al primo strettamente collegato, riguarda il modo in cui il mondo che guarda a Berlusconi cercherà di entrare in dialettica con le banche. Otto anni fa, il centrodestra cercò di forzare il sistema finanziario, soprattutto quello milanese. Ma Ermolli non violò la fondazione Cariplo e Giulio Tremonti non indebolì il potere delle fondazioni di Guzzetti. Certo, Tremonti chiede alle banche sacrifici fiscali, ma in generale sembrerebbe che l’interesse prevalente del centrodestra, a cominciare dallo stesso Tremonti, sia quello di stabilire una relazione durevole con l’establishment economico-finanziario.
Un uomo chiave potrebbe essere Passera. Prima delle elezioni ha aperto a Berlusconi, anche perché la natura dei rapporti con Bazoli si è modificata, entrando in una fase strutturalmente dialettica. Dunque Bazoli si è indebolito perché non c’è più Prodi (e non sarà facile sostituirlo con un altro riferimento) e perché Passera è cresciuto anche nel rapporto con gli azionisti di Intesa. Se a questi elementi si aggiunge la stabilizzazione della diarchia tra il sistema Intesa Sanpaolo e il sistema Unicredit-Mediobanca, e una caratteristica personale più aperta alle soluzioni nuove, la posizione di Geronzi risulta più forte di quella di Bazoli; soprattutto nella prospettiva di dare l’impulso per la conclusione del processo di stabilizzazione.
Resta, nella loro storia, un elemento letterario, una sfumatura di psicologia del potere e di radicale italianità. E’ una storia di competizione e collaborazione. E’ loro dovere essere amici agli occhi del mondo, comunicare prima o poi solennemente, alla presenza morale dei generali Féraud e d’Hubert, che la loro vertenza si è conclusa una volta per tutte. Non una riconciliazione, che non ce n’è bisogno. Qualcosa di più vincolante, l’accordo.