Unicredit-Capitalia, un anno che vale 1 miliardo

La Repubblica

La partenza comune è di queste ore. Ma la data della vera, operativa integrazione tra Unicredit e Capitalia, cade tra circa un anno

La partenza comune è di queste ore. Ma la data della vera, operativa integrazione tra Unicredit e Capitalia, cade tra circa un anno. Si è lavorato tanto e più lo si farà, visto che nei due casi si tratta di traguardi brevi. Del resto, sia i banchieri romani che i milanesi-genovesi (un po' anche bavaresi, ormai) hanno alle spalle una lunga expertise di fusioni. Non bastasse, la prima linea capitolina, dopo l'annuncio di metà maggio, o ha sbaraccato o ha aderito convinta alle insegne di Piazza Cordusio. Per questi motivi gli addetti ai lavori ritengono che il cantiere appena aperto sia un luogo dove si può lavorare bene e con rapido costrutto. Quasi un lavoro facile, per quanto facile possa essere aggregare decine di marchi bancari, milioni di clienti, miliardi di euro di masse, migliaia di dipendenti.
Sabato Cesare Geronzi ha passato le chiavi di Capitalia ad Alessandro Profumo. È stata una cerimonia vera e propria, un Integration day a poche ore dalla fusione della holding romana nel gruppo Unicredit, che data da inizio ottobre. La scorsa settimana se n'è andata tutta nei preparativi: di venerdì sono stati gli annunci che Carmine Lamanda, dirigente romano di lungo corso, sarà capo delle relaziani istituzionali del gruppo Unicredit, e soprattutto è stato raggiunto l'accordo sindacale per garantire fin dal primo giorno di lavoro comune l'armonizzazione retributiva e normativa tra gruppo compratore e gruppo passato di mano. Tutto fatto? Non proprio. Un conto sono gli annunci, le carte dei legali e i valzer di poltrone. Un altro mettere le mani nei libri, nelle agenzie, mischiare il sangue di due entità aziendali peraltro distanti per cultura e valori, finora. Nei due mesi seguiti al voto delle assemblee, che ha reso possibile il passaggio di dati sensibili tra le due sponde, s'è compiuta la prima fatica, mettendo le basi per la seconda, più verace e notevole per il buon funzionamento della combined entity, e per realizzare davvero le sinergie stimate - un miliardo di euro - che costituiscono il fondamento industriale del progetto.
In sintesi, le cose da fare dopo una fusione bancaria sono le seguenti: riorganizzazione, segmentazione della clientela e sua migrazione nei diversi segmenti (per Unicredit, retta dal modello divisionale, si tratta di specifiche banche di segmento), riassetto della rete agenziale, unificazione dei sistemi informativi. A Roma e a Milano c'è la convinzione di avere tutto molto chiaro in mente e pianifícato sulla carta. Ne è garante il capocantiere in Via Minghetti, lo stesso Paolo Fiorentino che ha seguito quasi tutte le aggregazioni bancarie del decennio di corsa di Alessandro Profumo. Una decina a occhio e croce, nel Nord e nel Sud Italia, nell'Est e nel Centro Europa. «Siamo molto contenti di come vanno avanti i lavori, con maggiore velocità rispetto a quanto programmato - spiega il vice ad di Unicredit, da poco nominato ad in Capitalia e in Banca di Roma- Questo si spiega un po' con la nostra esperienza, un po' con la disponibilità che abbiamo trovato a Roma, la voglia di partecipare attivamente ai lavori, con un apporto open mind».
Proprio la "disponibilità" dei romani (che si potrebbe anche simboleggiare con la doppia immagine del trasloco in Mediobanca di Cesare Geronzi e dell'estromissione di Matteo Arpe) è uno dei fattori cui gli investitori guardano quando vogliono spendere ottimismo su due titoli che più di altri a Piazza Affari hanno sofferto la crisi dei mutui subprime. E a dispetto delle rassicurazioni dei loro vertici sull'esposizione, pressoché nulla, verso gli investimenti più a rischio. Il gruppo Capitalia, un po' come era fino all'anno scorso per Bnl, non ha mai avuto fin qui una vera riorganizzazione del personale. Era un po' un destino per le banche "romane", vicine al potere, custodi di segreti e dossier riservati, più vicine alle pressioni della classe politica per le assunzioni, ma anche per le operazioni guidate da criteri diversi dalla razionalità economica. Neanche Arpe, che per certi versi è stato uno dei beniamini degli investitori e del mercato, ha davvero intaccato questo status quo: il suo tentativo - riuscito - di rilanciare la banca e i suoi titoli quotati, si è concentrato sulla qualità degli attivi (e anche lì di lavoro da fare ce n'era parecchio).
Oggi gli uomini di Unicredit hanno in corso le loro perizie, ma senza aspettarsi brutte sorprese. Ma forse sugli attivi di Capitalia non resta così tanto da fare, se è vero che i Risk weighted assets portati in dote dai romani, al netto delle riserve, sono di 4 miliardi, contro i 15 miliardi incamerati con l'acquisizione di Hvb. Tra Milano e Roma è sulle risorse umane che si punterà, per cogliere le sinergie e, magari, andare oltre. «Il grande vantaggio di questa operazione viene fortemente condiviso, indipendentemente dal colore delle maglie bancarie, e con una struttura di governance molto chiara - dice Fiorentino - Potremo valutare solo temi operativi e di business, mai problemi politici o di equilibrio tra i team». Il primo passo, in questo senso, è l'accordo con i sindacati dei due gruppi che ad agosto ha stabilito in 5mila il numero delle uscite volontarie, sia attraverso esodi che con l'adesione al fondo esuberi. Sembra che finora le adesioni siano significative, ma il conto si farà alla scadenza del piano triennale.
Uno studio di Jp Morgan, a febbraio, notava come in Capitalia quasi il 10% dei dipendenti fosse in età vicina alla pensione, contro il 3% della media bancaria nazionale. Anche per questo i costi dei capitolini sono tra i più alti del sistema, sia in rapporto ai ricavi che ai Rwa, o al numero di filiali. Per non dire della direzione generale di Roma (che sarà inglobata nel gruppo, mentre saranno preservate e sviluppate le reti attorno ai marchi Banca di Roma e Banco di Sicilia). I manager dei due gruppi d'ora in avanti si puà tranquillamente dire del gruppo unico sanno che in Italia i loro dipendenti abbondano. E che la sfida finale della fase di integrazioni sarà capire, quando andranno a pieno regime le fusioni con Hvb e con Capitalia, quali reali esigenze di personale avrà il gruppo Unicredit, e in quali paesi.