Cuccia, uomo libero e maestro di capitalismo

Il Sole 24 ore

È stato ricordato ieri a Milano il fondatore di Mediobanca. Geronzi: «Le sue relazioni di bilancio sobrie ed efficaci». Presentí i vertici dell'istituto e il gotha della finanza. Assenti esponentí della politica e rappresentanti delle istituzioni. Il telegramma di Napolitano: «Uno stile rigoroso e fedeltà al lavoro».

Era gremita la Sala delle Cariatidi, nel Palazzo Reale di Milano, a celebrare la memoria di Enrico Cuccia attraverso le sue analisi condensate nelle relazioni di bilancio raccolte in un volume per il centenario. E attraverso i ricordi di chi l'ha conosciuto come banchiere e come uomo: Giorgio La Malfa, Antonio Maccanico,
Giampiero Pesenti e Umberto Veronesi. «Lo abbiamo voluto ricordare con semplicità e sobrietà, e, pensiamo, con efficacia riproponendo le 36 relazioni da lui stesso scritte tra il 1947 e il 1982», ha esordito Cesare Geronzi, che presiede Mediobanca nella nuova era duale.
Era gremita la Sala scoperchiata dalle bombe degli Alleati nel '43, con le Cariatidi dalle teste mozzate, gli stucchi mutilati. Un percorso a ostacoli per raggiungerla, passando tra i capi d'antan della stilista Vivienne Westwood. Religioso silenzio in una platea avvolta nella semioscurità per la celebrazione laica di un mito del capitalismo italiano, ricordato dal presidente del consiglio di gestione, Renato Pagliaro, soprattutto come «un uomo libero», cosa «purtoppo non così scontata di questi tempi». Parole senz'altro condivise da chi dell'uomo conserva più intimamente la memoria, come i sette esponenti della famiglia Cuccia (tra cui i figli Beniamino, Aurea e Silvia) che erano ad  ascoltarle. Come la vedova e la figlia di Francesco Cingano. Come Piero Maranghi, che del padre ha ereditato le sembianze, il "delfino" Vincenzo «troppo presto costretto a lasciare la banca», secondo il giudizio, sottolineato da un lungo applauso, di Giorgio La Malfa. Come Cristina Rossello, braccio destro dello storico presidente del patto Ariberto Mignoli.
Assente il mondo della política (con l'eccezione di Gianni Letta) e delle istituzioni, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha voluto essere presente con un messaggio letto da Geronzi. «Enrico Cuccia ha svolto un ruolo di primissimo piano nel mondo della finanza e dell'economia - cosi il tributo del Quirinale - fin dalla fondazione, in anni cruciali per la ricostruzione e l'ammodernamento della struttura produttiva del nostro Paese, egli dedicò, con assoluta fedeltà al lavoro e stile rigoroso, la sua attività all'istituto. In una situazione dei mercati finanziari molto diversa da quella attuale, la missione originaria di Mediobanca fu quella di contribuire alla crescita delle imprese italiane in condizioni di equilibrio finanziario».
Dei grandi gruppi familiari che si erano affidati alle cure del gran maestro del capitalismo oggi resta poco in realtà. E pochi anche gli esponenti dell'industria in sala .C'era Marco Tronchetti Provera, tornato a concentrarsi su Pirelli. C'era Giancarlo Cerutti, accompagnato dalla madre. Non c'erano gli Agnelli, né il vertice della Fiat, che ha sciolto ormai lo storico legame con Piazzetta Cuccia.
Ma c'erano molti altri personaggi che negli anni sono stati di casa in Mediobanca, come i Gavio, i Ligresti (Salvatore con le figlie Giulia e Jonella), i Romiti (Cesare con i figli Maurizio e Piergiorgio), i Braggiotti (Enrico e Gerardo), Ennio Doris, Carlo Puri Negri, Carlo De Benedetti, Gabriele Galateri, Roberto Notarbartolo. C'erano Giovanni Perissinotto e Sergio Balbinot, ma non il presidente di Generali Antoine Bernheim. Mancavano Giovanni Bazoli e Corrado Passera, ma per Intesa-Sanpaolo erano presentí Pietro Modiano e Gaetano Micciché. Mancava anche Alessandro Profumo: a rappresentare UniCredit Dieter Rampl e Fabrizio Palenzona. E poi i professionisti, Carlo D'Urso, Alberto Crespi, Alessandro e Cario Pedersoli, Piero Schlesinger, Piero Trimarchi, ma non Guido Rossi. Esponenti dell'imprenditoria pubblica, come Franco Viezzoli e Vito Gamberale. Il giurista ex presidente del patto Piergaetano Marchetti, presidente di Rcs. Per il Sole 24 Ore, oltre al presidente Cerutti, l'a.d. Claudio Calabi e Ferruccio De Bortoli, unico direttore di grandi testate che non è mancato al ricordo di chi ai giornali non ha mai concesso un'intervista.