Cina ed Europa partner, non rivali

Milano Finanza

Il presidente di Capitalia Geronzi avverte: l'Unione europea è schiacciata tra Stati Uniti e Asia. Deve ritrovare lo slancio dei padri fondatori

Un vaso di coccio tra Stati Uniti e Cina. È la fine che rischia l'Unione Europea se continuerà a essere politicamente incompiuta. L'allarme è stato lanciato dal presidente di Capitalia Cesare Geronzi nel corso del convegno «L'Europa vista dalla Cina», la conferenza internazionale per celebrare i 60 anni della Review of Economie Conditions in Italy, la rivista del gruppo Capitalia fondata nel 1947 su iniziativa di Costantino Bresciani Turroni, l'economista all'epoca presidente del Banco di Roma. «L'Europa», secondo Geronzi, «rischia di essere schiacciata da una duplice spinta: quella della concorrenza mossa dai servizi ad alta tecnologia dell'America e, più in generale, dall'alta produttività ivi operante, e quella, non meno preoccupante, delle manifatture a basso costo dell'Asia». Per il presidente di Capitalia, l'unica via d'uscita è «accrescere l'efficienza dell'apparato produttivo, espandersi nei nuovi servizi, puntare alle fasce più alte di qualità». Uno sforzo che può avere successo solo con il rilancio «del progetto europeo d'integrazione», rimasto «a metà del guado e completare così l'opera avviata dai Padri fondatori». Ma già adesso l'Europa è vista dai cinesi come un modello. Nel suo intervento al convegno romano, Zhou Hong, direttore dell'Istituto di studi europei all'Accademia cinese di scienze sociali (Cass), con cui Capitalia ha stipulato una convenzione per promuovere una più stretta cooperazione tra Italia e Cina, ha affermato che c'è molto da imparare da alcune esperienze dell'Unione Europea. In particolare, la Cina «ha iniziato a prendere in considerazione il principio di sussidiarietà e di metodo di coordinamento aperto». Luo Hongbo, direttrice del Centro per gli studi italiani della Cass, ha a sua volta dichiarato che «la Cina sta attribuendo sempre più importanza all'Europa in una prospettiva di strategia globale». D'altronde, come ha sottolineato Françoise Lemoine, direttrice del Cepii, istituto parigino di politica internazionale, «non esiste rivalità strategica fra i due partner. Infatti, l'Europa e la Cina condividono la stessa posizione, idealmente favorevole a un mondo multipolare». L'ospite americano, il Premio Nobel per l'economia Edmund Phelps, docente alla Columbia University, ha portato una nota d'ottimismo anche sul fronte del lavoro. È un dato di fatto innegabile che nel mondo occidentale i lavoratori dell'industria soffrono la concorrenza cinese, che li ha resi disoccupati o ha abbassato i loro salari. La stessa situazione rischia di riprodursi anche per i lavoratori del terziario. Ma secondo Phelps «c'è speranza per il futuro» perché «vi è motivo di credere che l'economia cinese a lungo andare finirà per diventare molto simile alle economie avanzate occidentali, compresa quella statunitense. Se la situazione dovesse evolversi in questo senso, nel campo dell'esportazione di abbigliamento, di beni durevoli e di altri prodotti dell'industria leggera la Cina non potrà più disporre di manodopera a buon mercato». In questo modo, scomparirà il commercio «fondato sulle differenze tecnologiche fra Cina e Occidente» e gli scambi tra le due aree avranno le stesse caratteristiche di quelli che avvengono tra paesi omogenei come l'Italia e la Francia.