Geronzi blinda Generali "Bernheim non si tocca"

La Stampa

E avverte: la politica deve restare fuori dalle banche

«Bernheim sta bene dove sta». Basta una domanda a Cesare Geronzi su eventuali contatti per la riconferma di Antoine Bernheim al vertice della Generali e il banchiere romano non esita ad apporre il suo sigillo sullo status quo. Certo l'assemblea della Generali, con il rinnovo dei vertici per i quali scade il mandato triennale, si terrà solo a fine aprile. E certo le forze che si stanno preparando in campo - da una parte Banca Intesa e i suoi alleati, dall'altro Mediobanca con Capitalia e Unicredit – lasciano presagire che la scadenza assembleare non sarà una formalità ma un'occasione per misurare, se non addirittura per forgiare, i nuovi equilibri di potere nel punto più centrale della grande finanza italiana. Lo dimostra il continuo rialzo del titolo di Trieste, ancora ieri in progresso dello 0,4%.
Un ruolo, quello di Generali, che sembra diventare sempre più importante mano a mano che avanza il risiko bancario. Del resto anche su questo tema il presidente di Capitalia si è espresso ieri, dicendo che la banca romana vuole essere «artefice del proprio destino» ed è aperta a nuove aggregazioni ma «non raccogliamo il suggerimento di farci raccomandare dalla politica. La politica deve restare fuori dal sistema bancario».
Se la dichiarazione di Geronzi, che come presidente di Capitalia è sia socio in proprio di Trieste con il 3%, sia maggior socio dell'azionista di riferimento Mediobanca (che del Leone ha il 13,63%) - su Bernheim si dimostrerà profetica, l’ottantatreenne finanziere francese sembra già poter contare su un nuovo mandato di tre anni. Assieme al suo destino resta poi da chiarire quello del resto della squadra di vertice, composta dagli amministratori delegati Giovanni Perissinotto e Sergio Balbinot.
Le parole di Geronzi non sono le sole spese a favore di Bernheim. Prima di lui hanno tirato la volata per la riconferma del presidente di Generali Tarak Ben Ammar, rappresentante dei soci francesi nell'azionariato di Mediobanca, il presidente della Fondazione Cariplo Giuseppe Guzzetti e anche il socio forte di Generali - vicino a Banca Intesa – Romain Zaleski. Anche in Mediobanca, del resto, nelle ultime settimane si respira un'aria favorevole al rinnovo: Bernheim è considerato un prezioso custode di rapporti al vertice in Italia come in Francia. Sta di fatto, comunque, che il presidente delle Generali sembra poter contare in questo momento su un consenso trasversale senza precedenti. Incassa il via libera preventivo di Geronzi e allo stesso tempo si posiziona al vertice del nuovo colosso creditizio Intesa-Sanpaolo, di cui è appena stato nominato vicepresidente, visto che Generali sarà tra i grandi soci della superbanca.
Eppure sulla governance delle Generali non mancano i rilievi critici. L'Antitrust, nella sua decisione su Generali-Toro, punta il dito sul «ruolo marginale», del consiglio d'amministrazione di Trieste a favore del comitato esecutivo, che considera quasi totalmente influenzato dalla stessa Mediobanca. E la stessa De Agostini, che ha appena dichiarato una quota del 2% in Generali, ha detto di puntare a «una governance moderna, chiara e trasparente». Parole che, al di là dei nomi, sembrano chiedere che la compagnia si indirizzi verso modelli di governo societario più condivisi. Quali? Ad esempio quelli che prevedono un presidente e un solo amministratore delegato con una chiara distinzione dei ruoli; oppure una differente ripartizione dei poteri, ma anche una differente frequenza delle riunioni, del consiglio d'amministrazione e del comitato esecutivo. Si vedrà in aprile se – capitolo Bernheim a parte – Mediobanca e gli altri grandi soci decideranno qualche passo in questa direzione.