Tutto nacque quando Fausti si incaponì nel no. La madre di tutte le battaglie non è ancora finita

Il Riformista

Io c’ero. Nel libro di Napoletano, Geronzi racconta la rottura

Premessa necessaria. Violo un patto di quelli che tra colleghi che si stimano  è sacro, non scrivere di un libro prima che escano le anticipazioni "dovute" ai grandi giornali. Da colpevole, mi espongo alle giuste reprimende dell’autore e invoco tre attenuanti. La prima è che al Riformista siamo giustamente affezionati, ma non spiazzerà le maggiori testate che tra poco parleranno del libro. La seconda è che il sottoscritto spinse mesi fa l'autore a far subito seguire al suo precedente volume di successo - Padroni d’Italia - uno nuovo. Si pensava a un libro incentrato sull’ennesima palata di guai che una pessima interpretazione costituzionale della devolution poteva aggiungere alla lunga lista delle pecche italiane: della traccia resta nel libro una vasta parte dedicata proprio all’ansia di riscatto del Mezzogiorno. Infine, l'autore è un mio coetaneo ma è più bravo di me, e a leggerne e scriverne sinora ho imparato. Fine della premessa, il libro in uscita s’intitola Fardelli d’Italia, edito da Sperling&Kupfer, il suo autore è Roberto Napolitano, vicedirettore del Sole 24 ore.
La vera ragione per cui violo il patto è che il libro ha molti pregi ma si presta per un suo capitolo decisivo al tema che trattiamo qui, onorando Enrico Cuccia a un lustro dalla sua scomparsa e cercando di capire quanti dei guai dell'attuale stagione banco-industriale siano dovuti alla sua mancanza, e alla sua "difficile" eredità. Sono cresciuto in una casa culturale, quella del Pri lamalfiano, nella quale Cuccia è sempre stato considerato "il" più grande italiano. Crescendo e con un credo oggi assai più liberistico dell'ortodossia keynesiana di allora e vedendo dunque anche tutti i limiti del "metodo Cuccia" per tanti decenni in azione, non ho mai avuto purtuttavia ragione per cambiare idea. Tanto meno nell'attuale stagione del tramonto della grande impresa italiana, e della lotta a coltello per la doppia opa bancaria, per Rcs, e, naturalmente, per il controllo della "ciccia" vera, Mediobanca appunto e le sue partecipazioni, orfane di Cuccia e Maranghi.
Prima di arrivare al punto - il Cuccia "irrisolto" che esce dalle straordinarie testimonianze del capitolo che Napoletano dedica alla «questione bancaria italiana di ieri e di oggi», non a caso il capitolo conclusivo – un giudizio sul perché valga il libro nel suo insieme. E' pervaso di sane sferzate rivolte a tutti, agli italiani pei loro vizi inveterati aggravati da una macchina pubblica e amministrativa che troppo a lungo li ha coltivati per consenso, sferzate in politica alla sinistra come alla destra, sin dall'iniziale affermazione che all'autore non importa niente, se oggi si venga considerati "politicamente scorretti" dicendo che il declino italiano non è certo figlio solo di questi anni, ma viene da lontano. Le parti dedicate alle poche ma buone riforme di competitività di questi anni, da quella del mercato del lavoro a quella della scuola e dell’università, non sono fatte per piacere alla sinistra ideologica, ma i dati che riportano son tutti buoni perché una sinistra riformista ci ragioni sopra, prima di decidere di ributtare a mare quel po’ di buono, flessibile e meritocratico che si è tentato in questi anni. Poi certo, quando la parola passa a manager e imprenditori, talvolta Napoletano è troppo buono. Mincato accusa Cuccia di aver pensato solo alla Fiat-Monte Bianco, ma su Enimont l’ex capo dell’Eni scivola con disinvoltura. Della recente partita di Wind finita agli egiziani si afferma che nessun italiano si era fatto avanti e non è vero. Chi si è proposto era stato sgradito alle banche e all'ex monopolista Telecom, che non voleva certo i Colaninno di nuovo concorrenti e li ha preferiti - a loro successo – risanatori del polo delle due ruote italiano. Della Fiat Napoletano resta un po' "ottimista d'ordinanza", e a Tatò fa dir male con qualche disinvoltura dell'Enel di oggi che macina troppi utili mentre le tariffe non scendono, senza pronunciare motto delle sue costosissime diversificazioni che paghiamo ancora con una cessione di Wind assai discutibile. Ma nel complesso, urticando imprenditori e finanzieri, sindacati e partiti, Napoletano riconosce poi meriti che oggi non è di moda apprezzare, come quelli dei cementieri alla Caltagirone, Buzzi e Pesenti, tra i pochi gruppi italiani di una certa taglia a crescere all'estero. Napoletano è di quelli che non vogliono mollare, non si rassegna a un'Italia in cui chi vuole lavorare e riuscire meglio e di più sia penalizzato, allontanato e punito. Né a una visione in cui se dici che D’Amato ha fatto bene devi dire che Montezemolo fa male, e viceversa.
Ma è sulla guerra bancaria del dopo Cuccia, che Napoletano ci azzecca. Sceglie giustamente Cesare Geronzi, per farsi raccontare la vicenda che è la madre di tutte le successiva battaglie giù giù fino a oggi con la rottura tra Fiorani e Capitalia e Bankitalia di mezzo. È una spiegazione del perché Fazio disse no alla doppia opa del 1999, quella del SanPaolo di Torino su banca di Roma e di Unicredit su Comit. Cuccia aveva un "proprio"disegno per salvare Banca di Roma dalle sue pesantezze e opacità patrimoniali: unirla al meglio del blasone bancario italiano, la Comit appunto. Geronzi era d’accordo, stimava giustamente che nella fusione avrebbe sopravanzato il management milanese, e Fazio concordava. Ma Luigi Fausti fece le barricate, guidò per mesi una battaglia a coltello che spaccò e dissanguò l’intero vertice della Commerciale, pronto a darsi al San Paolo pur di non finire nell’acquitrino romano. Da quel no scaturì prima la vittoria di Pirro della cacciata di Fausti, poi la doppia opa che Fazio respinse. Ma al disegno cucciano non si tornò più, l’occasione per Geronzi sfumò. Allora, Geronzi si rese conto che Cuccia era all’epilogo. Allora, concepì il disegno di prendere lui Mediobanca, a Cuccia scomparso. Tutto ciò che è avvenuto dai cinque anni dalla morte del grande Enrico risale a quel giorno, fotografato da Napoletano ricorrendo alle parole di chi di Cuccia si sente il vero erede. Geronzi, non Fazio, che per lunghi anni né è stato strumento e non viceversa. Dopodichè, gustatevi i sibili che a tratti promanano dall’intervista di Geronzi, nella parte che riguarda non ieri e l’altroieri, ma l’oggi. Sono "avvisi ai naviganti". Nello stile di un banchiere che nella vita ha declinato potere e influenze mettendo nel sacco fior di protagonisti di primo livello della vita italiana, e che oggi avverte forse l'alito di un tempo che si sta chiudendo. Difende l'italianità bancaria apparentemente con le stesse parole di Fazio. Ma difendendolo lo ammonisce, dicendo che la sua corazza si è infranta e per un momento Geronzi ha temuto che potesse non ricomporsi più: come a dire, attento mio caro, che il peggio non è passato... E ce n'è per tutti, nel verbo geronziano. Non solo per Montezemolo e la sua Fiat, che potrebbe cadere miseramente, se le banche non la sostenessero. Dice a un certo punto a sorpresa, perché chi vuol capire capisca: «che dobbiamo fare, perdere anche Tronchetti Provera?». Qualche brivido alla schiena viene. Leggete e meditate, perché Cuccia con tutti i suoi limiti era meglio. Col suo paternalista e autoritario sistema di "non far mai sentire soli" gli industriali, non troverete una sola riga pubblica di minaccia. A nessuno di loro. Neppure a quelli che mise alla porta, e dire che non furono pochi.