Geronzi scopre le carte su Antonveneta: se ne parlerà dopo l'Opa di Abn Amro

Finanza e Mercati

Geronzi: «Che polverone, aspettiamo. Ma siamo predatori». «Abbiamo la speranza che il polverone che si è alzato si possa posare. E poi vediamo se all'orizzonte la nostra strategia troverà applicazione». Secondo il banchiere, «il ruolo di Capitalia rimane ancora di predatore».

Ancora qualche giorno fa dai piani alti di via Minghetti era partita l'ennesima smentita. Ma ieri il presidente di Capitalia è uscito allo scoperto: Cesare Geronzi si sente abbastanza forte per dissentire apertamente dalla linea del governatore Antonio Fazio. E lo dice, anche: nei modi dovuti, s'intende. Banca Antonveneta la vuole lui, anche a costo di giocare in seconda battuta con gli olandesi di Abn Amro. Con i quali, ha sottolineato l’ad Matteo Arpe, «i rapporti sono ottimi: Abn è un azionista non invasivo e molto attento agli equilibri della governance ». Ai soci, che ieri in assemblea hanno approvato il bilancio 2004 (chiuso con un utile netto di 337 milioni) e il pagamento di un dividendo di 8 centesimi, Geronzi ha fornito una chiave di lettura sul risiko, subito apparsa ad alcuni molto chiara. «Strategicamente – ha spiegato il banchiere - oggi è il tempo della confusione. Abbiamo la speranza che il polverone che si è alzato si possa posare. E poi vediamo se all’orizzonte la nostra strategia può trovare applicazione. Certamente abbiamo idee strategiche». L'esegesi del messaggio, data da chi negli ultimi giorni ha potuto sondare la determinazione del banchiere è la seguente: per adesso Geronzi sta alla finestra e spera che l’Opa di Abn Amro su Antonveneta blocchi i piani della Lodi («il polverone»), poi si penserà all’aggregazione Capitalia-Antonveneta («la nostra strategia »). L'interpretazione trova il suo tracciato nelle parole dello stesso Geronzi in una recente riunione con una quindicina di top rnanager dell’istituto. «Capitalia è oggi slegata da logiche di potere», rivendicò tra lo stupore dei presenti. La lunga consuetudine con Bankitalia  sembrava distante anni luce: crediamo nel mercato e crediamo che le decisioni le aggregazioni vadano decise dai consigli di amministrazione, non dalle autorità di vigilanza ». Questo l'altro ieri. Ma, ieri a chi gli chiedeva conto della distanza dal governatore ha tagliato corto: «Dissidi? Più che falso, state parlando di un'amicizia di 44 anni ci vogliono cose grosse per metterla in discussione». Anni in cui la Banca d'Italia arrivò ad affidargli la Bipop, preferendolo ad altri banchieri. L'operazione non piacque al mercato ma ai soci locali di Bipop: «Fu una sottrazione di valore», reclamano questi ultimi. E così, con l’assistenza degli avvocati Giorgio Alpeggiani e Gustavo Visentini hanno fatto causa: chiedono danni per 10 milioni di euro. Forse si riferiva a loro Geronzi, quando ieri ha sentenziato che Capitalia non «accetta ricatti» sulla storia Bipop. «È finito il tempo delle transazioni» ha sottolineato il banchiere, che ritiene di aver «salvato un moribondo», tanto più che oggi il gruppo ha difficoltà a Reggio Emilia nel ristabilire i rapporti col mondo del risparmio e che «i risultati di Bipop-Carire sono deludentissimi». Parole pesanti. Ma sulla questione, il tribunale civile di Brescia è in attesa della perizia della professoressa Maria Martellini, incaricata dal giudice Geo Orlandini, di verificare, tra l’altro, la congruità del concambio Bipop-Banca di Roma. Comunque, un dato è apparso netto dall’assemblea. «Il ruolo di Capitalia è ancora di predatore, non di preda». Basta saper aspettare.