Geronzi balla da solo

L'Espresso

BANCA DI ROMA / DOPO IL NO DEL SANPAOLO - Un nuovo manager, Matteo Arpe. Un piano triennale perla svolta. Il plauso di Deutsche Bank. Ma i conti peggiorano. Soluzione

LUNEDÌ PRIMO OTTOBRE, QUANDO HA MESSO PIEDE NEL SUO NUOVO UFFICIO AL QUARTIER GENERALE della Banca di Roma, in viale Tupini, il trentasettenne Matteo Arpe ha cominciato un'avventura ad alto dividendo e ad altissimo rischio, come si capisce dall'analisi dei conti al 30 giugno che svilupperemo più avanti. L'uomo che l'ha voluto direttore generale della banca e amministratore delegato del Mediocredito Centrale è uno dei banchieri più navigati d'Italia, CesareGeronzi, il presidentissimo. Gli analisti di Deutsche Bank hanno salutato l'assunzione del giovane Arpe, consigliando ai loro clienti di acquistare le azioni della Banca di Roma. Le esperienze in Mediobanca e Lehman Brothers fanno di Arpe un uomo d'affari attento al mercato. Un valore aggiunto alla capacità di gestione della banca dell'amministratore delegato Giorgio Brambilla e alla rete di relazioni del presidente, che vanno dal governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, al presidente della Fiat, Paolo Fresco, dal capo del governo, Silvio Berlusconi, al leader della Quercia, Massimo D'Alema. Con Arpe, forse, Geronzi vuol ripetere il ricambio generazionale che Lucio Rondelli  aveva promosso affidando gradualmente tutto il potere in Unicredito al giovane Alessandro Profumo. Ma Unicredito, radici a Genova e sede a Milano, è diversa dalla Banca di Roma: è lontana dalla politica.
Nella capitale, invece, chi ha creduto alle deleghe formali come fonte di potere reale ha dovuto imparare a proprie spese che così sempre non è. Carlo Salvatori, che pure ha parecchi anni più di Arpe, se ne è accorto a proprie spese. In via Tupini è durato pochi mesi. Voleva, dicono, vendere la partecipazione in Mediobanca e non solo per fare cassa e rinsanguare un patrimonio debole. In base alla ragion di bilancio, Salvatori non aveva torto. Dal punto di vista della ragion politica, era un'ingenuità: quella partecipazione è sempre stata considerata da Geronzi la propria personale polizza vita, il biglietto da visita per dialogare con il grande capitalismo del Nord, la porta d'accesso alle Generali perse e per l'intero sistema della capitale, a cominciare da Banca d'Italia. La scelta di Salvatori, e ora quella di Arpe, segnalano tuttavia una svolta strategica. Per un paio d'anni, specialmente durante il governo D'Alema, la Banca di Roma geronziana aveva cercato di risolvere i propri problemi patrimoniali tessendo la trama di una fusione conveniente. I promessi sposi avrebbero dovuto essere il Monte dei Paschi di Siena oppure la Bnl. Ma in entrambi i casi la sproporzione tra il valore di Borsa dei fidanzati avrebbe determinato non tanto un matrimonio alla pari, o addirittura a prevalenza geronziana, quanto una conquista di Eatto da parte del Monte o della Bnl. Quest'estate le diplomazie capitoline e sabaude hanno abbozzato un'idea ancora più ambiziosa: lo sposalizio tra Sanpaolo Imi di Torino e Banca di Roma, con Geronzi presidente, Alfonso Iozzo amministratore delegato e gli Agnelli soci di riferimento. Ma alla fine di settembre il progetto è stato silurato in pubblico dal management del Sanpaolo (che avrebbe perso tutto il potere: Iozzo infatti lavora oggi alla fondazione, non in banca) e in privato dall'Abn-Amro, la banca della regina d'Olanda che è uno dei tre soci eccellenti della Banca di Roma.
Al momento Abn-Amro ha un peso e spera di averne uno maggiore domani, se andrà in porto l'integrazione con la Banca Antonveneta di Padova, dove gli olandesi sono il maggior azionista con una quota del 13 per cento In caso di fusione con il gigante torinese, invece, Abn scomparirebbe travolta dai concambi: Sanpaoloimi, infatti, vale 15,4 miliardi di euro e Banca di Roma solo 3,2. Certo, gli olandesi scalpitano: hanno in carico le azioni Banca di Roma a un po' più di 4 euro, starmo pertanto perdendo il 45 per cento sulle quotazioni correnti. Anche la Fiat, che è presente in Banca di Roma attraverso la Toro, registra una minusvalenza teorica consistente, ma almeno si consola con le polizze assicurative che la sua compagnia vende agli sportelli. Che fare, dunque? Di aumenti di capitale nessuno parla più. E non solo perché rischierebbero di mettere in crisi l'equilibrio sul quale Geronzi fonda il suo potere, ma anche perché, con la Borsa attuale, non è proprio aria. E allora non resta che contare sulle proprie forze. È questo il senso del business plan 2001-2003 approvato dal consiglio di amministrazione ai primi di settembre.
Un piano che prevede la valorizzazione della rete, il rafforzamento della collaborazione con Toro, una serie di dismissioni di immobili per 1.100 miliardi e di titoli ancora da definire e la costituzione di una vera e propria merchant bank attorno al Mediocredito. L'obiettivo del piano è di elevare il ritorno sul patrimonio netto (Roe) dall'attuale 4,6 per cento al 13. Un'impresa davvero ardua.
Il gruppo Banca di Roma chiude il primo semestre 2001 con un utile netto di 243 miliardi Ma l'incremento del 19 per cento sullo stesso periodo del 2000 è più apparenza che sostanza. Per almeno tre ragioni. Primo, al risultato concorrono plusvalenze per 295 miliardi realizzate cedendo le azioni Montedison. Un terzo di questo guadagno è reale, il resto è, di fatto, una partita di giro perché la Banca di Roma ha consegnato le azioni a Italenergia ritirando azioni di questa società, nuova padrona di Montedison. Se la Banca di Roma fosse stata libera di fare quello che le conveniva, avrebbe venduto tutte le sue azioni Montedison ai francesi di Edf realizzando un guadagno vero. Ma quando Fazio, che ha sempre protetto la Banca di Roma dagli assalti esterni, chiede di schierarsi, Geronzi non fa i conti come un ragioniere: da uomo dell'establishment, entra in Italenergia con una partecipazione sulla quale ora perde, in teoria, circa 300 miliardi. Le ambizioni del Mediocredito di Arpe dovranno fare i conti anche con queste logiche. L'asse Geronzi-Fazio garantisce occasioni buone, ma anche meno buone.
E può difendere posizioni come quella in Mediobanca che non rendono soldi ma potere. Secondo punto dolente. Banca di Roma si attribuisce benefici fiscali per 45 miliardi, ma la Ue ha aperto una procedura contro la legge 461, presunto aiuto di Stato. Terzo punto dolente, il costo delle cartolarizzazioni, ovvero della cessione dei crediti in sofferenza. A maggio, la Banca di Roma ha fatto la terza cartolarizzazione. Al netto delle imposte le sarebbe costata 287 miliardi di lire.
Salvo ulteriori conguagli se il recupero dei crediti si rivelasse più difficile del previsto: è già accaduto in passato. Ebbene, come per le due cartolarizzazioni del 1999, il costo non viene caricato nel conto economico dell'esercizio ma viene coperto attingendo alle riserve e ammortizzato in cinque anni. Questa fragilità di risultati riflette la debolezza della struttura patrimoniale. Al netto della cartolarizzazione, i crediti in sofferenza sono aumentati ancora di mille miliardi. È vero che la velocità dell'incremento si è ridotta rispetto al recente passato. E questo induce la banca a parlare di inversione di tendenza. Ma la tranquillità è ancora lontana. E alta rimane la concentrazione dei rischi sui soliti Ciarrapico, Sensi, Cragnotti, Cecchi Gori, Mezzaroma, Tanzi, al di là della differente qualità dei debitori. La Banca di Roma, pur disponendo di una rete capillare, si fa finanziare dalle altre banche per ben 46 mila miliardi di lire. Una debolezza pagata a caro prezzo se è vero che, nel primo semestre, il ricorso ai prestiti dei concorrenti è aumentato di quasi 6 mila miliardi con i tassi passivi pagati alle banche prestatrici che crescevano a velocità doppia rispetto a quella degli interessi attivi incassati dai debitori. Geronzi, Brambilla e Arpe sono impegnati, come dice il business pian, a recuperare free capital, e cioè mezzi propri disponibili, non immobilizzati in palazzi e partecipazioni. Sarà dura. Perché al 30 giugno 2001 di free capital non c'era nemmeno l'ombra. Anzi, era negativo per 7 mila miliardi.