Cesare Geronzi
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"Su Montepaschi io accuso"

Panorama -

Popolari trasformate per decreto; istituti usati come bancomat da azionisti, clientele e poteri locali; il Monte dei Paschi incapace di restituire i Monti bond; la pressione della Banca centrale europea per aumentare il capitale; bilanci in rosso, mentre il governo progetta di parcheggiare in una bad bank prestiti inesigibili per ben 330 miliardi. Un terremoto scuote quel mondo a lungo proclamato solido e sicuro. “Il sistema bancario vive in uno stato di precariato assoluto” spiega Cesare Geronzi dal suo ufficio di presidente della Fondazione Generali. “Va ricostruito a fondo. Ma per questo bisogna capire i problemi e seguire una strategia chiara”.

Geronzi, già presidente di Capitalia, Mediobanca e Assicurazioni Generali, è stato protagonista del consolidamento bancario con il matrimonio tra Capitalia e Unicredit. Nello stesso anno, il 2007, il Monte dei Paschi di Siena (Mps) ha preso l’Antonveneta senza averne le possibilità. E ne sta pagando le conseguenze. “La crisi del Monte va risolta una volta per tutte. Inutile inseguire i colpevoli, anche perché sono davvero molti”.

Per esempio la Banca d’Italia e il Tesoro?

Mario Draghi non doveva consentire a Mps di combinare quei pasticci e Giulio Tremonti non doveva autorizzare la Fondazione senese a indebitarsi. A questo punto, bisogna ricominciare da capo.

Come, con la nazionalizzazione?

Non vedo altre soluzioni. Lo Stato deve diventare azionista della banca, ripulirla, risanarla e poi collocarla sul mercato.

Non è sufficiente convertire i prestiti in azioni?

Basta con i maquillage, ce ne sono fin troppi. È ora di adottare una cura radicale.

Anche per le banche popolari?

Servono soluzioni sistemiche. Sono trent’anni che si discute di trasformarle in società per azioni. Ma c’è voluta la vigilanza europea per costringerle a tirar fuori alcune verità che in molti conoscevano. Come è stato possibile accettare bilanci in disordine per tutto questo tempo? L’unica spiegazione è una tacita convergenza tra autorità, banche e governi nel non mostrare il peggio, illudendosi che il tempo fosse un medico pietoso.

Dunque le resistenze alla riforma difendono uno status quo indifendibile?

Sento parlare di “attacco al territorio”. Prego? Che cosa vuol dire? Ma in quale altro Paese si ragiona così! La banca finanzia il cliente sulla base dei progetti che presenta e delle garanzie che fornisce. Io conosco il depositante e l’utilizzatore dei servizi bancari, non il “signor territorio”.

La difesa del territorio è un alibi per non cambiare e i poteri locali resistono perché sono complici?

Esatto. Intendiamoci, ci sono ottimi imprenditori a livello locale, ma perché debbono gestire le banche? Essere un buon viticoltore non significa essere un bravo banchiere. Sono meravigliato dalla superficialità con la quale si affronta la questione. Adesso salta fuori la fusione tra banche popolari. La Popolare di Vicenza vuole la Veneto banca (al centro di un’inchiesta giudiziaria per ostacolo alla vigilanza, ndr). E con quali quattrini?

Non sarebbe la prima volta…

La storia si ripete. La Cassa di Prato finanziava un’economia che si reggeva solo sulla produzione di panno pesante. Quel modello è crollato e ha trascinato con sé la Cassa. Lo stesso accade con la Banca dell’Etruria e molte altre. Gli eventuali episodi di mala gestio sono rilevanti e a loro penserà la giustizia, ma in fondo sono secondari rispetto alla questione di fondo.

Allora il governo ha ragione a intervenire, anche per decreto?

La riforma va fatta, lo ripeto; però il governo sbaglia nel metodo e nel merito. Non mi risulta che il decreto sia frutto di un disegno strategico e del lavoro tecnico necessario, un tempo condotto dalla Banca d’Italia, dai suoi consulenti di altissimo livello: uno per tutti Sabino Cassese. Qualcuno ha spiegato qual è il nuovo statuto delle popolari? Sento parlare di dettagli tecnici da mettere a punto dopo. Invece bisogna preparare bene il progetto prima di vararlo.

Non crede che ci sia un obiettivo politico? Matteo Renzi vuole scuotere il nordest per incidere nella base del centrodestra.

È vero. Però io vedo anche molta superficialità. Si vuole are in fretta, e in cose come queste la fretta porta a compiere errori gravi. Invece, occorre capire a fondo problemi complessi e ottenere il consenso che dà forza all’azione.

Quanto ha inciso la Banca d’Italia nelle scelte di Renzi? E quanto Mario Draghi?

L’influenza di Draghi sul cambiamento della Banca d’Italia è totale. Inoltre, il suo peso sugli orientamenti e sugli interventi di Giorgio Napolitano è stato rilevante. Draghi, del resto, è un politico e lo dimostra nel modo in cui parla con Angela Merkel e gestisce i rapporti internazionali. Meno male che sta dove sta: è un bene per l’Italia e non perché sia parziale, ma perché ha fatto finalmente quel che bisognava fare per difendere la moneta e ha tenuto sul binario giusto la condotta della Bce. Draghi a Francoforte ha dimostrato di essere un grande banchiere centrale, ma non è stato un grande governatore della Banca d’Italia come dimostra, del resto, la storia del Monte dei Paschi.

E su Renzi che influenza ha il Draghi politico?

Non saprei, ma i due non mi sembrano fatti per andare d’accordo.



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