Lectio Magistralis di Cesare Geronzi

Roma, 9 novembre 2010

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI ROMA “LA SAPIENZA”
Facoltà di Economia



Exit strategy e mutamenti nel mercato globale di banche e assicurazioni

Lectio Magisrralis di Cesare Geronzi
Presidente delle Assicurazioni Generali



Roma, 9 novembre 2010

E’ con un po’ di emozione che prendo la parola in un’aula di una storica facoltà universitaria che ha visto, negli anni, la presenza, fra gli alunni, di tanti che poi hanno contribuito a formare la classe dirigente del Paese.
Emozione mista a preoccupazione, dovendo parlare a giovani che, dopo severi studi - che qui affrontano - si attenderanno legittimamente di essere parte attiva della società, con un lavoro gratificante e, molti di loro, con la formazione di una famiglia. E’ l’investimento del futuro che ora è in ballo.
Ricordo l’impegno e le speranze dell’epoca in cui avevo l’età dei nostri studenti. Avevo anche la fortuna che davanti a me si profilasse un periodo ancora di espansione dell’economia, durante il quale il conseguimento di un titolo di studio era molto spesso l’anticamera per una tempestiva assegnazione di un lavoro certo e stabile. Molti paradigmi oggi sono saltati definitivamente con la globalizzazione; le certezze si sono ridotte; molto del futuro riposa sulla qualità e quantità di saperi e abilità che si acquisiscono, si aggiornano e si rafforzano. Ritorna l’insegnamento di Adam Smith sulla vera ricchezza delle nazioni. Lo studio accurato, serio, continuo è l’arma contro le incertezze del futuro, contro la precarietà vera, per una mobilità governata.
Vengo da una lunga esperienza nella conduzione di istituti di credito e sono, di recente, approdato alla presidenza delle Generali. Ma La mia cruciale formazione è avvenuta nel ventennio nel quale ho lavorato nella Banca d’Italia, prevalentemente preposto al Centro Operativo Cambi, allora una funzione molto complessa in un regime di regolamentazione dei rapporti con l’estero e dei movimenti di capitale.
E’ nella Banca centrale che ho acquisito caratteri indelebili della mia formazione: dall’analisi interdisciplinare dei problemi, all’attenta ponderazione delle decisioni, alla cura della forma della comunicazione, all’assunzione delle responsabilità del governo di una struttura. Ampia apertura al confronto dialettico, ma obbligo, poi, della sintesi e della tempestiva decisione; coerenza del singolo atto con le linee dell’istituto; rispetto rigoroso dell’ordinamento gerarchico-funzionale; costante verifica della produttività e dell’aggiornamento professionale in un luogo dove effettivamente gli esami non finiscono mai. Quella di Palazzo Koch è stata per me una scuola di professione, ma anche una scuola di vita.
Vengo ora alle vicende dell’oggi.

1. Siamo usciti dalla crisi finanziaria globale, ma nel percorso per arrivare “dal pelago a la riva” incontriamo fenomeni di turbolenza territorialmente delimitati, non certo raffrontabili alle diverse fasi della crisi. La ripresa, a livello internazionale, come diffusamente viene osservato, è lenta, disomogenea, di entità ancora insufficiente, a volte segnata da battute d’arresto. I recenti dati Ocse della crescita per il 2010 e il 2011 segnalano un lieve calo delle stime di una espansione già comunque non soddisfacente. Il Fondo Monetario Internazionale non esclude fenomeni di instabilità che potrebbero essere causati da particolari situazioni dei debiti sovrani.
È noto che alta crisi globale hanno contribuito una politica monetaria, negli Usa, per lungo tempo eccessivamente espansiva che confidava troppo nelle “virtù” della new-economy; una politica economica all’insegna della “casa a tutti”, anche a costo di leggerezze normative e a rischio della formazione della bolla; la carenza di regole adeguate, dopo lo smobilizzo del Glass-Steagall Act, che separava nettamente le banche commerciali da quelle d’affari e d’investimento; l’affermarsi di modelli, nei consentiti spazi normativi, di trasferimento dei rischi (originate to distribuite) fuori dalle banche, snaturando conseguentemente la funzione classica degli istituti di interposizione tra depositanti e prenditori di credito con assunzione dei relativi oneri; le gravi insufficienze nei controlli di vigilanza; gli squilibri tra le diverse aree monetarie ed economiche del mondo. Ha concorso una voglia di guadagni facili e rapidi, un enrichez-vous, che ha allentato deontologia ed eticità.
La vicenda dei mutui subprime è stata la mina innescata in un sistema che, a poco a poco, si avviava ad essere legibus solutus. L’innovazione finanziaria — che, di per sé, non è negativa e può aiutare l’innovazione delle imprese — si è moltiplicata. I derivati, utili alla gestione dei rischi connessi a un rapporto di finanziamento, sono diventati il fine; insomma, uno strumento di pura speculazione, un vero contratto aleatorio. Si sono, così, sviluppati i derivati dei derivati. Si è creato, quindi, un vero “sistema bancario ombra”, non reattivo agli impulsi delle autorità monetarie che, per qualche tempo, ne hanno ignorato financo la esistenza.
Quando la bolla immobiliare — alimentata dai subprime e dai finanziamenti aggiuntivi che venivano chiesti dai mutuatari al rivalutarsi degli immobili in garanzia — si è sgonfiata, è stato il crollo.
Da quelle che apparivano inizialmente come turbolenze governabili, si è passati ai prodromi di una grave crisi, che poi ha assunto un carattere sistemico, di grandezza paragonabile solo a quella degli anni trenta del secolo scorso. La “tempesta perfetta”, proprio a motivo della globalizzazione, è dilagata nel globo. Tutte le aree monetarie, in gradi differenti, ne sono state interessate. Dalla moneta il contagio è poi passato all’economia reale. Ci si è avviati verso un nuovo mondo.
L’avere lasciato fallire la Lehman è stato il colpo mortale che ha reso ancor più violenta la crisi per quel che la decisione ha significato circa la determinazione delle autorità a fronteggiare la tempesta. Una decisione che, in un diverso contesto non gravemente critico, sarebbe stata normale – essendo primario compito dei governi e degli organi di controllo tutelare il risparmio inconsapevole (quello dei depositi bancari) non quello consapevole (il risparmio borsistico) - nella fase di inizio di una crisi sistemica non ha fatto altro che accrescere notevolmente le possibilità di contagio e di instabilità.

2. L’intervento dei governi e degli organismi internazionali, il fondamentale ruolo svolto dalle banche centrali, lo stesso comportamento di principali banche commerciali sono valsi a fronteggiare la crisi e ad avviarne il sia pur tormentato superamento.
In Italia, il sistema bancario ha risentilo della tempesta molto meno di quanto ne abbiano sofferto numerose banche estere.
A ciò hanno contribuito la normativa primaria e secondaria che regola, da un quindicennio, il sistema bancario; lo straordinario processo di consolidamento del settore attivato nel 1993 quando era convinzione diffusa, anche sulla stampa estera, che il sistema fosse agonizzante; la tradizionale prudenza del banchiere; i recenti indirizzi dell’Organo di Vigilanza e, da ultimo ma non per importanza, lo scudo apprestato dal Governo e dal Parlamento con i diversi provvedimenti a protezione delle banche e del risparmio. Ha, naturalmente, concorso la politica di finanza pubblica che ha consentito di avere le spalle coperte dalla messa in sicurezza dei conti dello Stato.
Per l’Unione europea tutta è stato cruciale il governo della politica monetaria da parte della Banca centrale europea, che ha superato in maniera eccellente la prova della prima grande crisi dalla sua pur recente istituzione.
Componente fondamentale dell’azione dell’Istituto di Francoforte è stato il ricorso alle operazioni non convenzionali di politica monetaria con l’acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario. Oggi è all’ordine del giorno la valutazione delle condizioni per il rientro di tali operazioni.

3. Come conseguenza della crisi - ma anche per ragioni specifiche, che evidenziano gli scarsi controlli comunitari, nel tempo, sui conti pubblici di Paesi partecipanti all’UE - è scoppiato il caso della Grecia con il dissesto della finanza pubblica e i conseguenti attacchi speculativi che, poi, per l’effetto alone, si sono trasferiti ad altri paesi debilitati o comunque attaccati seriamente dalla crisi, quali la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda. L’ampliarsi del differenziale dei rendimenti dei titoli pubblici di questi paesi rispetto a quelli dei bund tedeschi è stato il segnale di un grave allarme.
L’emergenza è stata fronteggiata con l’istituzione del Fondo europeo di sostegno promosso dalla Bce e dall’Unione europea, con il concorso del Fondo Monetario Internazionale. Il Fondo europeo è stato, poi, oggetto della delibera del vertice dei Capi di Stato e di Governo del 28 ottobre scorso che ne ha sancito il carattere duraturo, con valenza generale, e ne ha disciplinato il funzionamento.

4. Se, dunque, le cause della crisi sono rinvenibili, negli Usa, nella politica monetaria, nella regolamentazione e nei controlli, è in questi versanti che occorre oggi intervenire, a livello nazionale e a livello globale. Gli Stati Uniti sono riusciti a varare una interessante riforma finanziaria i cui effetti non sono però subito riscontrabili.
Tuttavia, di pari passo con la lenta uscita dalla crisi, è sembrato che, in campo internazionale, si diffondesse l’oblio della sua gravità e degli iniziali fermi propositi di prevenire il verificarsi in futuro di fenomeni del genere.
Sulle prime si era parlato della necessità di un nuovo ordine monetario ed economico internazionale: si era prospettata la necessità di una nuova Bretton Woods; era stata rappresentata l’esigenza di un global legal standard. Si erano cimentati, nel descrivere i necessari sviluppi, giuristi, economisti, politologi e, prima ancora, uomini di governo e delle istituzioni.
A poco a poco, però, questi temi sono passati in secondo piano e, più realisticamente - almeno per questa fase - si è approdato alla necessità di una nuova regolamentazione delle principali attività finanziarie.
Quanto alla politica monetaria, più volte nel corso della tempesta perfetta era stato ribadito, come essenziale, il coordinamento tra le diverse aree monetarie per prevenire fenomeni destabilizzanti o guerre dei cambi, rendendo meno cogente la confrontation con l’estero, a vantaggio delle politiche interne.
Il tema principale è stato e resta il rapporto dollaro — yuan. I cinesi hanno recentemente deciso solo una lievissima rivalutazione della loro moneta dando cosi una flebile risposta alle pressioni americane per un rafforzamento dello yuan.
Nel recente vertice coreano del G-20 finanziario non è stata accolta la proposta Usa che avrebbe voluto una rigida regolamentazione quantitativa dell’avanzo e del disavanzo commerciale dei paesi membri, ma sono stati approvati solo alcuni indirizzi generali sulla cui base il Fondo Monetario Internazionale dovrà definire dei parametri non cogenti per gli Stati-membri: il loro superamento costituirà un segnale per possibili interventi correttivi da promuoversi a livello globale. Gli altri impegni assunti nell’ultimo G-20, oltre a questo testè ricordato relativo alle partite correnti, riguardano le politiche strutturali, il consolidamento dei bilanci pubblici, il contrasto del protezionismo, etc.: hanno una loro importanza, ma sono tutti da verificare nella loro attuazione.
È certo che oggi senza un coordinamento non solo delle politiche monetarie ma anche delle politiche economiche dei principali paesi, come di recente ha ricordato il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, menzionando gli enormi flussi di capitali che si stanno dirigendo verso i paesi emergenti, non vi è soluzione ai problemi che ci attanagliano. Anzi, si mette a rischio La stessa ripresa mondiale. È auspicabile che nell’imminente incontro di Seoul del G-20 dei Capi di Stato e di Governo sul tema del coordinamento si compia un passo in avanti più deciso, innanzitutto impedendo che si agisca sui cambi per sostenere le esportazioni. Se, infatti, queste condotte protezionistiche dovessero continuare, altro che nuova Bretton Woods.
Sarebbe grave se, in futuro, incorressimo in una nuova crisi sistemica internazionale, senza aver apprestato una sia pur modesta architettura di controllo e di prevenzione a livello globale.
È stato un fatto positivo aver riconsiderato — sempre nel citato G-20 finanziario — le quote di partecipazione dei Paesi al Fondo Monetario Internazionale con l’impegno a ridurre quelle europee da 8 a 6, a vantaggio degli Stati emergenti. E stato sottolineato, partendo dal presupposto che a cedere tali quote saranno verosimilmente Belgio e Olanda, che così si sancisce la fine di un mondo nel quale avevano ancora un ruolo Paesi già possessori di colonie, a vantaggio, oggi, proprio dei Paesi un tempo colonizzati.
Dal punto di vista del significato, dunque, l’operazione compiuta è importante. Il Board del Fondo il 5 novembre ha dato via libera alla riforma che entrerà pienamente in vigore fra due anni. Ne risulterà un avanzamento della Cina - al terzo posto per importanza dopo USA e Giappone - e dell’India. Si sposterà per il 6 per cento il potere di voto dai paesi avanzati a quelli emergenti. Si raddoppierà il capitale del Fondo. Ma per definire la rivisitazione come storica, secondo quanto vorrebbe il direttore generale, Dominique Strausse-Kahn, occorre che siano riformate non solo la governance dello stesso Fondo, ma anche la mission e le specifiche funzioni, in modo da fare di questo organismo la centrale di allarme del manifestarsi di eventuali crisi globali e, soprattutto, un organo preposto alla liquidità internazionale, come una sorta di banca centrale mondiale.
Ne discenderebbe un’architettura finanziaria composta dal Fondo con cui operano congiuntamente il Financial Stability Board, con sue proprie attribuzioni, la Banca Mondiale - le cui competenze non debbono sovrapporsi ma essere nettamente distinte da quelle del Fondo - e il WTO. Di una governance globale coerente, efficiente, tempestiva negli interventi la crisi ha dimostrato l’assoluta necessità. Sarebbe un grave errore se, pur con i tempi necessari, i principali Paesi non se ne facessero concreti promotori.
Del deciso avvio della riforma del sistema monetario internazionale abbiamo urgente necessità.

5. Più capitale, meno debiti e meno esposizione ai rischi è la linea da seguire nella nuova regolamentazione del sistema bancario post-crisi e nella determinazione dei presidi per evitare il riproporsi di fenomeni tipici del “sistema bancario ombra”, che si è formato sotto la spinta dell’impacchettamento dei sub-prime e del trasferimento dei rischi da parte degli istituti di credito.
È necessario agire, a livello globale, sui due versanti: delle banche e delle operazioni oggi non regolare o non adeguatamente regolate, in primis i derivati.
Sulle banche, il prossimo vertice del G-20 dei Capi di Stato e di Governo deciderà definitivamente sull’approvazione dell’accordo sul capitale, noto come Basilea 3, con norme che definiscono in forma omogenea il capitale delle banche, contrastano i rischi di carenza della liquidità, riducono la prociclicità di Basilea 2, attenuano la leva finanziaria.
Una disciplina essenziale per la stabilità e la sana e prudente gestione delle banche: per prevenire, quindi, la possibilità di crisi aziendali e, a regime, la diffusione sistemica del contagio. Il periodo di transizione alla nuova regolamentazione è lungo ed è tale da consentire un atterraggio morbido. Non possiamo dimenticare i rischi gravissimi che sono stati corsi fino al dissesto e alla liquidazione - non dalle banche italiane,ma da molti istituti esteri -perché non adeguatamente patrimonializzati o con pesanti problemi dì illiquidità o per aver attivato una leva finanziaria ingente. Certamente, l’adeguamento a Basilea 3 sarà oneroso, ma i vantaggi supereranno gli oneri, mentre le previsioni, per l’Italia, non segnalano elementi di significativa preoccupazione per il credito alle famiglie e alle imprese. Occorrerà, comunque, seguire attentamente il percorso di adeguamento per fronteggiare quei problemi, soprattutto nel sostegno all’economia, che si dovessero presentare.
Rispondendo alla necessità di attutire il “too big to fail”, è in corso di predisposizione una disciplina — sotto il profilo del capitale, della vigilanza, dei meccanismi di intervento nei casi di dissesto — delle Sistemically lmportant Financial lnstitutions, le istituzioni finanziarie che possono indurre rischi sistemici. Una loro regolamentazione rappresenterà la risposta a uno dei più importanti problemi emersi con la crisi. Vi ha efficacemente lavorato il Financial Stability Board.
Ma occorre agire anche sul versante non strettamente bancario, disciplinando, in particolare, gli hedge fund e i derivati. Per questi ultimi - premesso che sarebbe opportuno impedire di dar corso all’emissione di quelli puramente speculativi, che si traducono in un contralto esclusivamente aleatorio senza alcun riferimento a operazioni sottostanti, insomma, una vera scommessa - quanto meno bisognerà prevederne la negoziazione su piattaforme centrali, quindi con l’individuazione delle controparti, come da tempo si sta richiedendo.
Insomma, sia agendo sui sistemi bancari sia regolando le operazioni, a prescindere da chi siano poste in essere, si deve incidere anche sul “sistema ombra”, negando a chi vi opera l’acqua nella quale nuota, che originariamente è stata erogata, come accennato, da una politica monetaria lassista, la quale ha annebbiato la percezione di ciò che si andava determinando al di fuori dei settori bancari.
Altri necessari interventi riguardano le società di rating perché siano trasparenti i procedimenti attraverso i quali si attribuisce la valutazione; perché siano noti le consultazioni effettuate e i raffronti compiuti: perché siano analitiche le spiegazioni delle variazioni nei rating e siano aperte anche al contraddittorio; perché si riduca la esigenza di rating esterni, come è nella proposta del Financial Stability Board.
Creano, invece, problemi, già nelle discussioni in Europa, le ipotesi dell’istituzione di una tassa sulle transazioni finanziarie — una rieditata Tobin tax — e/o di una tassa sulle attività delle banche. La prima imposizione sarebbe di niente affatto facile applicazione; la seconda, che avrebbe lo scopo di far concorrere gli istituti agli oneri dei dissesti bancari, appare sostitutiva di più penetranti forme di vigilanza sulle quali, invece, occorrerebbe agire.
Quanto ai controlli, già ho detto di una auspicabile governance globale, ma anche dei ritardi nel perseguimento di questo obiettivo. Nell’Unione europea, invece, con il prossimo 10 gennaio, decollerà una nuova architettura di vigilanza, che prevede un Comitato per i rischi sistemici, il quale sarà presieduto dal presidente della Bce, e tre Authority di settore, per le banche, per i mercati e per le assicurazioni.
Si tratta, indubbiamente, di un passo avanti, anche se le attribuzioni degli organismi comunitari non sono esclusive e dirimenti, e se non è netta la distinzione, nel complesso degli Organi istituzionali dell’Unione, tra ruoli politici e ruoli tecnici.
E’ solo un passo, per ora incerto, verso la costruzione di una governance europea, per realizzare la quale sarebbe fondamentale superare la zoppìa determinata dal fatto che, a una politica monetaria unica, fanno da contraltare politiche economiche differenziate per i singoli Paesi.
E a eliminare questa contraddizione non è sufficiente la modifica del Patto di Stabilità, ora in via di decisione. Una modifica che, opportunamente, tiene conto - accanto ai parametri del deficit e del debito pubblici - anche del debito privato e della ricchezza finanziaria, nonché di altri indicatori, sia pure da valutare non sullo stesso piano dei disavanzi e del debito.
E, tuttavia, è arduo ipotizzare che, attraverso il rinnovato Patto di Stabilità, si possa prevedere e governare una politica economica unitaria a livello europeo senza concreti avanzamenti nelle decisioni politiche degli Stati che arrivino fino alla modifica di specifici punti del Trattato. Senza questo cruciale passaggio non sarà possibile l’auspicato progresso e, alla lunga, si correrà il rischio del ritorno alle ipotesi di un’Europa a più velocità o di un’Europa delle cooperazioni rafforzate.
Ma l’Unione, intanto, deve dare un segnale che susciti adesione e interesse dei cittadini europei, per esempio dimostrando ciò che si può fare, a livello comunitario, per concorrere alla crescita e all’occupazione. L’emissione di bond europei, per programmi nel campo delle infrastrutture e della ricerca, sarebbe un modo concreto per far comprendere il ruolo dell’Europa, come lo sarebbe un piano per l’occupazione. Non mancano i meccanismi istituzionali e gli studi di fattibilità per rendere possibili decisioni della specie.
Contestualmente alla ridiscussione del Patto di Stabilità, è stato anche deciso, come accennato, di rendere strutturale il fondo per il salvataggio della Grecia dal dissesto, trasformandolo in un organismo attivabile nel caso in cui un Paese versi in una crisi con rischi di contagio sistemico. Il punto più delicato del meccanismo, che è stato predisposto, riguarda il coinvolgimento, per il concorso agli oneri del salvataggio, anche dei privati, possessori di titoli dello Stato che rischia il dissesto. Un aspetto, questo, particolarmente delicato, che può influire negativamente sulla raccolta di risparmio da parte degli Stati e sul quale occorrerà riflettere ulteriormente, prima delle decisioni conclusive che saranno assunte a dicembre dai Capi di Stato e di Governo dell’Unione.

6. Le banche italiane, come accennato, hanno reagito bene alla crisi finanziaria globale. La “tempesta perfetta” è stata affrontata molto meglio di quanto abbiano fatto le banche estere.
Oggi agli istituti italiani si richiede di corrispondere adeguatamente, nei tempi previsti, alle norme di Basilea 3 e, comunque, di rinsaldare i presidi per la prevenzione dei rischi, a partire dal rafforzamento del patrimonio, senza far mancare il sostegno finanziario alle famiglie e alle imprese.
Va tenuto presente quanto il Governatore Draghi ha detto, nella Giornata del Risparmio, a proposito dell’impegno senza esitazione alcuna da parte delle Fondazioni nei fronti della ricapitalizzazione delle banche partecipate, della loro stessa governance e dell’autoregolamentazione del rapporto con il management. Significativo è stato il richiamo ai guasti della Ionizzazione partitica delle banche pubbliche praticata in un passato, al quale nessuno vuole ritornare.
Se, da un lato, gli istituti possono legittimamente sollevare il problema della fiscalità che li colloca in una situazione di svantaggio competitivo nei confronti dei concorrenti esteri, dall’altro è ora che siano date dimostrazioni concrete di un deciso miglioramento nella selezione del merito di credito che privilegi la bontà dei progetti, nella trasparenza e nell’immagine, nel riequilibrio delle posizioni contrattuali tra banca e clientela, nella capacità di innovare e diversificare le forme di tutela del risparmio.
Aver affrontato bene la crisi è un titolo di merito anche delle banche, come ho detto. Ma non ci si può sedere sugli allori. E’ ora di aprire una fase nuova e concorrere allo sviluppo dell’economia, sapendo bene che - come altre volte ho sottolineato - la visione di sistema e generale non è in contrasto con gli interessi aziendali. Anzi, questi ultimi traggono alimento dagli interessi generali.
L’idea prospettala dal Ministro dell’Economia di prevedere, nel quadro di una riconsiderazione dei problemi fiscali segnalati dalle banche, due aliquote di imposizione, una sulla istituzionale attività di erogazione del credito, l’altra, più elevata, sull’attività finanziaria — e con finalità antispeculative — è senz’altro interessante e merita, anche a livello europeo, un approfondimento per superare, se sarà condivisa la filosofia su cui poggia la proposta, i complessi problemi applicativi.

7. Poco è stato detto in questi mesi su come il settore assicurativo ha affrontato la crisi. Il comparto si differenzia da quello bancario, in particolare dalle banche di investimento Usa e dalle banche universali europee, che sono entrate nella crisi con un livello di indebitamento molto elevato. Le esposizioni delle assicurazioni europee ai titoli subprime ed ai Cdo erano e sono estremamente limitate.
All’apice della crisi, le imprese assicurative hanno retto abbastanza bene grazie al modello di funding a lungo termine e alle relativamente limitate svalutazioni dell’attivo. Alcune compagnie di riassicurazione internazionali, ed il ramo vita negli Usa e nel Regno Unito, sono stati i settori più colpiti; ma in ogni caso, queste compagnie sono state in grado, in generale, di raccogliere l’eventuale surplus di capitale necessario da investitori privati, senza ricorrere all’intervento pubblico.
I salvataggi governativi di gruppi finanziari operanti nel settore assicurativo hanno riguardato le attività bancarie o finanziarie a livello di holding di gruppo, piuttosto che la specifica attività assicurativa, che è peraltro separata da quella bancaria.
Per quanto concerne le assicurazioni in senso stretto, si sono osservate maggiori tensioni per le compagnie Usa e per quelle compagnie europee molto esposte nei confronti ditale paese (ad es. Aegon). I subprime sono titoli americani e le compagnie Usa hanno un’esposizione diretta comunque più elevata di quelle delle compagnie europee.
Nonostante le tensioni, le compagnie di assicurazione, oltre a quelle citate di riassicurazione, non hanno richiesto, negli Usa, ricapitalizzazioni pubbliche (ad eccezione di AIG) e hanno fatto limitato ricorso al mercato dei capitali.
Nel settore assicurativo europeo si sono rilevate tensioni solo limitatamente ad alcune emissioni subordinate. Anche le esposizioni del settore assicurativo ai rischi sovrani sono risultate limitate.
Le Assicurazioni Generali, da] canto loro, sono entrate nella crisi con esposizioni ai titoli subprime assai limitate, grazie alla prudente politica di investimento e alla ripartizione geografica del portafoglio, che non include i paesi più colpiti dalla crisi immobiliare.
Inoltre, nel 2009, si era avuto un “boom” della raccolta nel settore vita, in particolar modo degli stessi prodotti a spread, percepiti dai risparmiatori come bene rifugio ed incoraggiati dalla struttura molto ripida della curva dei tassi di interesse.
Per le Assicurazioni Generali, come per le altre Compagnie europee operanti sia nel ramo vita sia nel ramo danni, non si sono resi necessari aumenti di capitale, ma esclusivamente una riduzione temporanea del dividendo per il 2009 (in parte, in realtà, si tratta di un dividendo in titoli invece che in cash). Soltanto le compagnie operanti esclusivamente nel settore danni hanno evitato anche questo intervento. Il delisting di Alleanza contribuisce anch’esso ad un ulteriore rafforzamento patrimoniale.
Le tensioni sulle quotazioni dei Cds del settore assicurativo, già storicamente diversi da quelli bancari poiché il mercato non percepisce il settore come “too big to fail”, sono rientrati in valori fisiologici sin dalla metà del 2009.
Anche per le imprese assicurative si pone l’esigenza di migliorare decisamente l’immagine e il rapporto con la clientela. Lo Stato deve fare la propria parte con le normative e gli interventi più volte sollecitati soprattutto a proposito della RCA. Con forte attenzione anche delle autorità pubbliche deve essere seguito l’iter della direttiva europea Solvency 2. Ma dobbiamo essere, noi, capaci di sfruttare a pieno gli insegnamenti della crisi e competere vigorosamente con gli altri intermediari nel campo della tutela del risparmio.
Le Generali si apprestano a valutare, nel prossimo mese, quello che si profila senz’altro come un buon risultato di esercizio. Se cosi sarà, si potrà esprimere sicura soddisfazione e confermare l’apprezzamento per il personale della Compagnia di ogni ordine e grado.
L’impegno corale di affrontare il 2011 con una ancor maggiore disposizione alla competizione e ai guadagni di efficienza. Il potenziamento organizzativo in corso e le altre forme di revisione e rafforzamento della governance ai diversi livelli consentiranno di dare un maggiore impulso alla capacità di creare reddito, e di affrontare ancor meglio, con più audacia, la concorrenza senza perdere di vista gli interessi di sistema.




Svolgo ora alcune considerazioni conclusive.

La crisi ha segnato un passaggio d’epoca. Il liberismo e il dirigismo, per differenti ragioni, ne escono sconfitti. Lo Stato-guardiano notturno o lo Stato-supergestore non sono la via del futuro. Emerge la necessità di una visione, che animi le scelte politiche, prossima a quella dell’economia sociale di mercato.
Se ci riferiamo all’accezione tecnica di exit strategy, con essa si vuole indicare l’uscita dalle operazioni non convenzionali poste in essere dalle banche centrali per contrastare la crisi. La Fed ha mostrato di non volere interrompere questo tipo di operazioni avendo promosso una fase 2 di “quantitative easing” attraverso un programma di progressiva acquisizione di titoli del Tesoro per 600 miliardi di dollari. La Bce, invece, è incamminata sulla strada del lento rientro dalle operazioni non standard. Sarà necessaria una buona dose di prudenza per evitare decisioni di completo smobilizzo troppo anticipate e senza che siano possibili altri interventi di politica economica.
Il mutamento del quadro politico negli Stati Uniti e i probabili riflessi internazionali accentuano il bisogno di prudenza.
Se, invece, ci si riferisce alla fuoriuscita, in generale, dalla crisi, allora si ritorna al tema delle riforme finanziarie, del coordinamento globale, delle innovazioni nelle politiche economiche e di finanza pubblica. Terni che non possono essere più elusi. Solo affrontandoli con successo, si potrà dire di essere definitivamente fuori dagli effetti della crisi.
Per l’adozione di nuove regole, nonostante l’ottimo lavoro degli organismi tecnici, si sta registrando un notevole ritardo. Occorre non frapporre ulteriori indugi.
In Europa e in Italia è viva l’esigenza di una crescita maggiore. Una probabile espansione della nostra economia intorno all’1 per cento nel 2010 e nel 2011 non è un dato che ci può soddisfare e non è tale, ovviamente, da poter rispondere adeguatamente ai gravi problemi della disoccupazione, del precariato e del sottoutilizzo delle forze di lavoro.
Il Governo ha correttamente salvaguardato l’equilibrio della finanza pubblica. Se ciò non fosse stato fatto, oggi saremmo in gravi difficoltà. Ora si appresterebbe ad affrontare i cinque punti della sua recente impostazione programmatica per superare, innanzitutto, i “colli di bottiglia” indicati nel “Piano nazionale delle riforme”.
Ma questo è il momento dello sviluppo. Dobbiamo necessariamente crescere di più. E il passaggio fondamentale, a tale scopo, è la decisa promozione delle riforme di struttura. Queste, confrontandosi con la necessità di arrestare il declino e promuovere, agendo su tutti i fattori, maggiore produttività e competitività, potranno consentire un più forte impulso allo sviluppo.
Dobbiamo cogliere l’occasione per arrestare quel bradisismo economico, quella lenta caduta, nel confronto europeo e internazionale, che contrassegna, da lungo tempo, i dati principali della nostra economia. L’Esecutivo si accinge ad anticipare lo stanziamento di fondi per lo sviluppo. Dobbiamo insistere su questo obiettivo. Fa parte delle necessarie riforme di struttura — che non potranno sottovalutare la necessità di un nuovo Welfare, di innovazioni nell’ordinamento del lavoro, di incentivazione della sussidiarietà e del privato sociale, della liberalizzazione dei servizi — un forte sostegno alla ricerca, cruciale per I’ ossatura del nostro Paese, per poter gareggiare ad armi pari nella scena internazionale, per dare un avvenire ai giovani.
Le nostre principali Università, le più antiche del mondo, debbono riprendere il ruolo di centro propulsori del progresso scientifico e umanistico, essere sempre più le Università “gloriose”, come un tempo si definivano: una gloria per la distinzione nell’impervio avanzamento della cultura. E’ stata opportuna la decisione di destinare, in questi giorni, alte Università risorse aggiuntive. Ma appaiono necessarie anche misure strutturali, fino alla riorganizzazione numerica, territoriale e qualitativa di tali enti.
L’apporto privato, non solo nella ricerca applicata, ma nel campo della cultura e dell’istruzione è imprescindibile.
Per gli studenti dovrebbero essere previste forme più avanzate di sostegno economico e di prestiti d’onore con un apporto più consistente dell’Unione europea. Oggi siamo agli ultimi posti nelle graduatorie internazionali per tali sostegni.
Le banche e gli intermediari finanziari sono chiamati a fare la loro parte anche nella protezione e valorizzazione dei beni storico-artistici. Gli organi delle Generali delibereranno l’il novembre prossimo il rilancio della Fondazione che, pur nella contenutezza dei mezzi dovuta a ragioni di bilancio ed economicità, si propone di intervenire anche nel settore della ricerca.
Più di un giovane su quattro è oggi disoccupato. A voi, studenti e laureati, la società deve dare una ben diversa prospettiva, come deve darla alle famiglie.
Per tutto ciò che si può e si deve fare incidendo efficacemente sull’ordinamento del lavoro, utilizzando la leva fiscale per le famiglie con il quoziente familiare, promuovendo, più in generale, una organica riforma fiscale, come preannunciato dal Governo, e contrastando duramente l’evasione, è fondamentale comunque la crescita: presupposto ed effetto. E, come accennato, altrettanto decisivo è il rilancio della produttività. E, in questo contesto, si attendono atti concreti d’intervento nella secolare questione meridionale.
Stabilità - monetaria, finanziaria, economica e istituzionale — e crescita, rigore e sviluppo sono in stretta concatenazione. Non sono ossimori. L’un carattere di queste coppie non regge senza l’altro.
Non compete assolutamente a me addentrarmi in questa accezione ampia di stabilità, soprattutto in questa fase. Ma quali che siano i percorsi che la Politica - alla quale esclusivamente spettano le decisioni - intenderà compiere, la stabilità e la coesione sociale restano valori cruciali per l’oggi e l’avvenire.
Mi sia consentito di dire, in quest’aula, che abbiamo bisogno di superare quelle che oggi possono apparire, in diversi campi, come colonne d’Ercole; dobbiamo, allora, fare sempre più appello a “virtute e canoscenza”, innanzitutto nell’interesse del Paese.