6° Congresso AIAF, AIOTE, ASSOBAT, ATIC, FOREX

Signore, Signori
Sono particolarmente lieto di partecipare a questo 6° Congresso delle diverse associazioni che riuniscono gli analisti e gli operatori del mondo della finanza.

La circostanza – e l’autorevole presenza del Governatore Fazio, che cordialmente saluto – mi riportano a esperienze ormai lontane, quando ero responsabile dei cambi in Banca d’Italia. In quel periodo, in cui le relazioni con gli operatori erano frequenti e stimolanti, ero anche solito accompagnare il Governatore alle annuali assemblee del Forex.

Il 2000, allora, era ancora a pieno titolo nella fantascienza. I mercati erano nell’esaltante fase di “stato nascente”, ma vigevano i “vincoli” e le “autorizzazioni”; sugli operatori si stendeva la fitta rete dell’“ordinamento”.

La sorprendente rapidità con cui tutto questo si è modificato, offre effettivamente  la sensazione di un “viaggio” nel tempo. Oggi i mercati, anche per il ruolo che in essi hanno assunto al tecnologia e le reti telematiche, hanno raggiunto dimensioni e potenzialità incommensurabili con il metro di allora: condizionano, nel bene e nel male, l’economia globale.

È del resto emblematico che i più recenti problemi per al crescita mondiale abbiano avito origine proprio nei mercati finanziari, così come è emblematico che lo sviluppo delle imprese nei settori più innovativi abbia oggi nel mercato dei capitali il suo motore propulsivo.

La scelta di organizzare questo Congresso qui a Palermo mi offre più di un motivo di compiacimento. Essa, infatti, non solo mi consente di tornare in questa splendida “capitale” del Mezzogiorno, ma si pone anche in controtendenza rispetto a un altro “dualismo”, proprio della convegnista di questo Paese, che ho sempre trovato singolare.

È il “dualismo” che contempla una demarcazione piuttosto netta fra i problemi dei mercati finanziari – di cui quasi sempre si discute nel Centro-Nord – e i problemi “reali”, dello sviluppo, o al massimo, della finanza per lo sviluppo, di cui si discute nel Mezzogiorno.

Come se la finanza fosse estranea e non funzionale alla soluzione di problemi “reali”, di occupazione, di innovazione e di crescita.

L’occasione di questo Congresso, proprio qui a Palermo, mi consente, infine, di portare il saluto di un Gruppo bancario che ah di recente effettuato scelte impegnative che coinvolgono l’economia del Mezzogiorno, in generale, e quella siciliana in particolare.
Forse è opportuno che io mi soffermi sul significato di questa operazione – spero senza cadere nell’autopromozione . proprio per il rilievo che questo Gruppo ora assume nell’economia siciliana.

Cercherò, allora, e nell’ordine: dio precisare la strategia entro cui la nostra operazione si colloca; di richiamare le condizioni del quadro sistemico meridionale su cui si fondano le prospettive di successo dell’investimento; di delineare le linee di intervento del credito in quest’area.

Gli stessi limiti di tempo mi consentono di riportare solo i tratti essenziali di un quadro che è, ovviamente, molto più complesso.

La scelta è stata “impegnativa” non soltanto sotto il profilo patrimoniale – che pur rappresenta un aspetto molto rilevante dell’operazione conclusa -  ma anche, e soprattutto, sotto il profilo strategico.

È stata colta un’opportunità di crescita importante, che colloca il nostro Gruppo tra i primi quattro in Italia per quanto riguarda la rete di sportelli e i tradizionali valori patrimoniali. Ma non è solo sotto il profilo “dimensionale” che rileva, bensì anche quello della integrazione fra competenze ed esperienza diverse, che realizza un nuovo e più completo mix di prodotti offerti e mercati coperti.

Con il banco di Sicilia, si è certamente ampliato verso Sud il mercato di riferimento del nostro Gruppo, nell’ambito di una strategia che nei suoi tratti salienti è sempre stata al stessa, nelel divese successive operazioni di aggregazione.

Una strategia che ha sempre voluto collegare il vantaggio competitivo del Gruppo, non alla semplice crescita delle reti distributive, ma a una crescita perseguita attraverso il controllo e maglie strette di un territorio, il radicamento di un “mercato di riferimento”.

Sono convinto che questa stessa strategia dovrà orientare le possibili scelte verso altre direzioni, in un processo di aggregazione che certo non può dirsi concluso.

Le condizioni del quadro sistemico meridionale non sono certo irrilevanti nella valutazione dell’operazione effettuata.

A riguardo, quella che potrebbe apparire una scommessa “forte” sul Mezzogiorno, considerata la complessità della questione meridionale e la sua sostanziale riproposizione fin dai tempi dell’unificazione dell’Italia, ha dietro di sé la fiducia, altrettanto “forte”, sulle capacità di recupero di quest’area.

È una fiducia che ah più di un fondamento.

Si avverte oggi l’urgenza speciale e la improrogabilità delle soluzioni da dare alla questione meridionale. Il tempo delle risposte sembra essere precipitato, dopo al moneta unica e l’accelerazione della integrazione europea e nella prospettiva di allargamento a Est del mercato.

Ne deriva, come per reazione, una consapevolezza nuova del problema, a tutti i livelli, politici, istituzionali e imprenditoriali. Cercherò di individuarne i segni tangibili.

Si avverte chiaramente il ritorno del Mezzogiorno fra le priorità della politica economica, che nel recente Programma di Sviluppo ha quantificato in circa 390 mila miliardi le risorse da destinare alle aree depresse nel periodo 2000-2007. Significativa è anche l’intenzione, espressa nell’ultimo Documento di Programmazione Economico-Finanziaria, di attuare una forte politica di rilancio delle infrastrutture e di rifinanziare gli strumenti di sviluppo.

Si modificano le norme, si accelerano le risposte e le capacità decisionali dei diversi livelli amministrativi, centrali e locali. Ne costituisce un indicatore indiretto la netta crescita, dopo il 1996, della quota dei fondi strutturali comunitari effettivamente erogata (dall’8% a oltre il 60%).

Si innestano e diffondono nuovi fermenti imprenditoriali. Si irrobustisce il tessuto produttivo del Mezzogiorno, come è dimostrato dai saldi demografici delle imprese, dalla dinamica dei flussi di esportazione, dalla crescita delle reti e dei distretti industriali.

Nuove flessibilità si instaurano nel mondo del lavoro con la diffusione dei contratti a tempo determinato e a tempo parziale. Si arresta nell’ultimo biennio la tendenza alla contrazione dei livelli occupazionali del Sud.

Prosegue il dibattito – a cui io stesso avevo contribuito alcuni anni fa – sulla opportunità di collegare il costo del lavoro alle condizioni delle economie locali e all’esigenza di riassorbire tassi di disoccupazione straordinariamente elevati in alcune aree.

Il processo di privatizzazione, in tutti i settori dell’economia e nel settore bancario in particolare, ha diffuso e radicato regole di concorrenza, rafforzato le tensioni all’economicità e all’efficienza delle gestioni. Il ruolo delle banche è uscito dalle precedenti ambiguità: le banche sono imprese, che si muovono in una logica di mercato, che hanno azionisti di riferimento a  cui rendere conto.

Le banche possono incidere positivamente sulle opportunità di sviluppo del Mezzogiorno solo se, nel contempo, possono generare “nel “ Mezzogiorno valore e reddito anche per i propri investimenti. I due piani sono fortemente interrelati perché solo banche economicamente “forti” ed efficienti sono in grado di tenere il passo con l’innovazione, di articolare l’offerta alle esigenze della domanda, di ricercare gli opportuni collegamenti internazionali.

Le linee di intervento del credito e della finanza del Mezzogiorno possono fare riferimento alla realizzazione in atto nel mondo del credito, che ah rafforzato la dotazione di strutture e professionalità idonea ad operare per lo sviluppo dell’area.

Questo consente di guardare con relativa neutralità al dibattito in corso che vede spesso contrapposte le esigenze del “localismo”, degli strumenti della programmazione negoziata e delle reti di imprese da un alto e quelle del rilancio delle infrastrutture e della grande progettualità dall’altro.

La banca deve operare con pragmatismo su entrambi i fronti, selezionando volta a volta le iniziative singolarmente meritevoli.

Per effetto dei notevoli mutamenti nei costi, nelle tecnologie e nei mercati, al competitività delle imprese non dipende tanto dalla dimensione degli investimenti, quanto dalle competenze professionali, dalle innovazioni di prodotto, di processo, di organizzazione.

Ne discende che spesso la disponibilità di adeguati servizi reali e finanziari è più importante della pura erogazione di risorse finanziarie.

Abbiamo presenti le valutazioni e le sollecitazioni del Governatore Fazio a ricercare anche nella tecnologia, potenzialità di sviluppo e di integrazione per le reti di imprese. La disponibilità di risorse umane ad elevata qualificazione tecnico-scientifica, spesso presente nel mezzogiorno, può divenire, in determinate circostanze, un potente catalizzatore dello sviluppo. Il polo tecnologico di Catania ne costituisce un esempio fra i più significativi.

Sul versante delle infrastrutture e della grande progettualità, le risposte sono attese dal coinvolgimento del capitale privato e della riqualificazione dell’intervento pubblico. una finanza privata, rivolta allo sviluppo, è in grado di creare gli appropriati circuiti di finanziamento.

Negli ultimi anni le banche hanno saputo promuovere una trasformazione degli assetti proprietari e delle strutture che è stata definita di portata “storica”. L’efficacia con cui il risanamento delle gestioni e il recupero di efficienza e di redditività sono stati affrontati ha indotto più di un ripensamento nei molti che poca fiducia riponevano sulla capacità di reazione e sullo spirito imprenditoriale delle banche.

Credo che l’azione di queste “nuove” banche a favore del Mezzogiorno, soprattutto se sospinta anche dall’impegno e dalla passione civile, possa nuovamente sorprendere.

Vi ringrazio.