Aspen – “Maastricht e dopo Maastricht” - Incontro dibattito

E’ un onore per la Banca di Roma, e per me personalmente, aprire il convegno di oggi, porgendo il nostro saluto, e quello della città, all’Associazione e agli illustri partecipanti.

Roma ebbe il privilegio di legare il proprio nome al Trattato istitutivo del Mercato comune: il Trattato che, attraverso i cambiamenti e le estensioni che nel tempo si sono succeduti, da ultimo il Trattato di Maastricht, rappresenta quando di più simile a una Costituzione l’Unione europea finora possieda. Questo è degli obiettivi del dibattito: non è mio compito anticiparne le conclusioni.

Nei decenni trascorsi da allora, da quando il Trattato di Roma fu firmato, l’Europa ha compiuto uno straordinario cammino. I dubbi, le discussioni, le stesse divisioni di oggi, fra paesi membri non meno che all’interno di ciascun paese, non dovrebbero farci dimenticare il successo storico che l’idea dell’Europa ha conseguito. I sei paesi fondatori di allora era deboli e divisi; ancora stremati – vincitori e vinti – da una guerra sanguinosa e fratricida. Italia e Germania avevano conosciuto la dittatura: gli altri paesi l’occupazione militare. Oggi l’Unione è un consesso di quindici paesi liberi e prosperi: la democrazia ha dovunque radici solidissime; la guerra, che la mia generazione ha conosciuto, è impensabile.

Ho ricordato tutto questo perché credo aiuti a porre i problemi del presente nella giusta prospettiva storica. Ma il tema del convegno di oggi non è il cammino fatto, bensì quello da fare.

Come cittadino, ascolterò con molto interesse le idee che gli eminenti personaggi che Aspen ha qui riunito vorranno esporre. Credo che la maggioranza dei cittadini dell’Unione europea sia convinta, come io sono, che non si debba né perdere di vista l’idealismo, la capacità di concepire grandi disegni per il futuro, che i padri fondatori ci hanno lasciato in eredità, né d’altra parte rinunciare al sano pragmatismo delle generazioni che li hanno seguiti. L’idealismo, se ridotto a vuota formula, può svilirsi nella retorica e finire con il produrre delusioni e disaffezioni; ma anche il pragmatismo fine a se stesso nuoce. Se le classi dirigenti di allora fossero state accecate da un eccesso di realismo, da una visione troppo miope, il Trattato di Roma non sarebbe stato firmato.

D’altra parte, sono convinto che la ricerca di un punto di equilibrio tra la fedeltà a una lungimirante visione storica e la consapevolezza realistica delle giuste esigenze degli stati membri, dei cittadini, dei mercati sarà il filo conduttore, o uno dei fili conduttori, di questa giornata di dibattiti; non voglio anticipare temi che altri affronteranno ben più autorevolmente di me.

Come banchiere, però ho il dovere di essere realista. Per le banche europee l’unione economica e monetaria è una straordinaria occasione di sviluppo ma anche una difficile sfida. I sistemi bancari di molti paesi, soprattutto nell’Europa continentale, hanno un lungo vissuto sotto la protezione di una fitta rete di regole, di difese, di barriere anticompetitive: comode, se si vuole; giudicate un tempo ineliminabili; ma tali da scoraggiare, anzi soffocare, lo sviluppo del sistema. Queste barriere sono oggi irreversibilmente cadute. Nessuno ne ha nostalgia. La concorrenza continentale (e mondiale) non potrà che portare, nel lungo periodo, a un rapido sviluppo del settore della finanza e a una maggiore efficienza dei canali di allocazione del capitale. Il beneficio per il benessere collettivo, per lo sviluppo dell’intera economia europea, è fuori discussione.

Ma non ci si può nascondere che le imprese bancarie europee hanno molta strada da fare, e in fretta, per attrezzarsi a raccogliere e vincere la sfida. I problemi non sono dovunque gli stessi: e tuttavia nessuna banca, nessun paese ne è esente. Tutti i maggiori sistemi bancari dell’Unione europea – inclusi quelli per tradizione più orientati al mercato – hanno avuto, anche in tempi molto recenti, le loro crisi e le loro difficoltà.

In un mercato aperto, in un’arena concorrenziale libera, chi non saprà continuamente accrescere la propria efficienza operativa, contenere i costi, migliorare la capacità di selezione del credito, rischierà di essere spazzato via. Chi non sarà in grado di adeguare la propria offerta alla realtà di una moneta europea unica e di un mercato dei capitali senza confini, sarà condannato, nella migliore delle ipotesi, a svolgere un ruolo marginale.

Il futuro, mi sembra, appartiene a quelle banche, a quelle istituzioni finanziarie che sapranno coniugare il tradizionale punto di forza delle migliori banche europee – il radicamento territoriale, il profondo legame con la clientela – con il controllo dei costi e con la vivacità innovativa.

Di una delle “quattro libertà di movimento” europee – quella dei capitali – le banche sono uno strumento sono uno strumento essenziale. Sta a loro – a noi – mostrare di essere all’altezza del compito. Sarà il mercato, alla fine, a giudicarci.

Ringrazio ancora i partecipanti e formulo i migliori auguri di buon lavoro.